martedì, Febbraio 17, 2026
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Ritratto di Carlo Garavaglia, il “Carletto” di Corsico che fu vittima della strage di piazza Fontana

A 56 anni dall'attentato del 12 dicembre 1969, il ricordo delll'ex mediatore di bestiame che perse la vita nella Banca dell’Agricoltura: i suoi resti riposano ancora nel cimitero di viale Rimembranze

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Nella foto, Carlo Garavaglia, assieme a Luigi Meloni, vittima della strage di Piazza Fontana. Entrambi vivevano a Corsico

La vittima dimenticata. Da molti, non da tutti. Non era un simbolo, non era un personaggio pubblico: Carlo Garavaglia era un uomo qualunque, uno di quelli che tengono insieme una comunità con il lavoro, la famiglia e la discrezione. Ogni venerdì, da Corsico andava alla Banca dell’Agricoltura a Milano per le pratiche del mercato agricolo, come faceva da anni. Il 12 dicembre 1969, alle 16.37, quella routine si trasformò in tragedia: la bomba di piazza Fontana lo colpì mentre svolgeva il suo mestiere, spezzando una vita semplice e generosa. A 56 anni di distanza, il ricordo non come un nome in un elenco, ma come “Carletto”, il gigante buono che la strage ha strappato alla sua famiglia e alla sua città.

Carlo Garavaglia, assieme a Luigi Meloni (leggi qui), è un altro martire di Corsico: entrambi furono vittime innocente della bomba di piazza Fontana. Oggi i loro sono nomi su un elenco, sulla targa dedicata alle vittime della strage della Banca dell’Agricoltura, ma prima di quel 12 dicembre 1969 erano due uomini qualunque, due lavoratori, un ex macellaio in pensione che ancora lavorava come mediatore di bestiame e un agricoltore che che ogni venerdì si recavano alla Banca Nazionale dell’Agricoltura per le pratiche del mercato agricolo. Garavagli era nato il 9 agosto 1902 a Casone (ora Marcallo con Casone), aveva alle spalle una vita semplice, costruita passo dopo passo, e a Corsico aveva trovato casa, famiglia e comunità. È lì che viveva, da quando si era sposato. Rimasto vedovo era rimasto in città con la figlia Eugenia, il genero Luigi Passera e la nipote Elisabetta, ed è lì che ancora oggi riposa, accanto alla moglie Francesca e al figlio Eugenio, morto a soli 19 mesi.

La sua è una storia che attraversa quasi tutto il Novecento. Mentre Corsico lo ha dimenticato, Mesero, nel 2019, gli ha dedicato una mostra con fotografie, ritagli di giornali (Il Giorno, Corriere della sera, Famiglia Cristiana e tanti altri), libri, che ricordano la sua figura. Era cresciuto in una famiglia numerosa: undici figli, dei quali solo cinque arrivarono all’età adulta. Aveva iniziato giovanissimo come garzone in macelleria e, come spesso accadeva allora, il lavoro aveva plasmato il resto della sua vita. Con il fratello Giuseppe aveva aperto una macelleria a Magenta, poi un’altra a Ossona. Quando Giuseppe morì, nel 1953, lasciando due figlie minorenni, Carlo si prese cura delle ragazze senza esitazione: “Adesso non ho più una figlia, ne ho tre”, diceva. Non si limitò a crescere le due nipoti, ma prese in mano anche l’amministrazione della macelleria di Ossona, mantenendo un legame profondo con il territorio dove era nato. Era un omone, alto un metro e ottanta e che pesava quasi 100 kg, ma per la sua gentilezza era soprannominato Carletto.

Il 12 dicembre 1969, però, la routine di una giornata come tante venne spezzata. Alle 16.37 una bomba esplose nella sede della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, dietro il Duomo di Milano. Un ordigno sistemato nella sala centrale uccise 17 persone e ne ferì 88: un attentato che avrebbe segnato per sempre la storia italiana e aperto la stagione della strategia della tensione. Tra quelle vittime c’era anche lui, Carletto, che si trovava in banca per il suo lavoro. Aveva 67 anni.

I funerali si svolsero il 15 dicembre nel Duomo di Milano. La bara diretta a Corsico passò per il centro cittadino tra due ali di folla. Si racconta che molti, vedendola transitare, si inginocchiarono in silenzio sull’asfalto. Un gesto spontaneo, una forma di rispetto verso un uomo che rappresentava tante cose: la dignità del lavoro, la normalità di una vita qualunque spezzata senza motivo, il volto concreto della vittima innocente, la colonna su cui poggiava la sua famiglia.

A distanza di 56 anni, la strage di piazza Fontana rimane ancora avvolta da zone d’ombra. Le indagini iniziarono seguendo la pista anarchica, con arresti e interrogatori che coinvolsero Valpreda e Giuseppe Pinelli, il ferroviere poi morto precipitando da una finestra della Questura durante un interrogatorio mai del tutto chiarito. Gli anni successivi evidenziarono un’altra direzione: vari processi e sentenze individuarono l’origine dell’attentato nell’area di Ordine Nuovo, con riferimenti espliciti a Franco Freda e Giovanni Ventura. Tuttavia, nessuno venne mai condannato in via definitiva come esecutore materiale.

In questo scenario irrisolto, la figura di Carlo Garavaglia emerge ancora più nettamente. Non come un numero in un elenco, ma come un uomo con una storia solida, fatta di lavoro, responsabilità e legami familiari divenuto martire suo malgrado. Corsico, dove è sepolto e dove ha vissuto fino alla morte conserva nel cimitero locale la memoria di quel cittadino che non cercava nulla se non fare il proprio mestiere. È un “martire del lavoro” nel senso più umano possibile: una vita spezzata mentre era impegnato in ciò che aveva fatto per tutta la vita, con serietà e dedizione.

Raccontare la sua storia oggi è un modo per ricordare la strage di piazza Fontana non come un capitolo di libri di scuola, e nemmeno come una causa di scontro politico, ma stando dalla parte delle vittime, e come un evento che ha lasciato segni profondi nelle famiglie e nei territori. Carlo era uno di quei segni. E la città di Corsico, grazie alla sua presenza silenziosa nel cimitero cittadino, continua a portarlo con sé.

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