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Cusago: Bcs-Fulchir, salta l’intesa e naufraga il salvataggio dell’azienda di macchinari agricoli. 430 lavoratori di nuovo in bilico

Ritirata la proposta di acquisizione dopo appena undici giorni dall’annuncio. Saltano il rilancio e la ripartenza della produzione a ottobre. Ad Abbiategrasso e Cusago torna la paura per il futuro dell’azienda di macchinari agricoli: «Subito un commissario, non si può più aspettare»

È durata appena undici giorni la speranza di un salvataggio per Bcs, l’azienda con sedi a Cusago e Abbiategrasso. Il gruppo Fulchir ha ritirato il 22 settembre la proposta di acquisizione dell’azienda di Abbiategrasso, facendo saltare l’operazione che avrebbe dovuto garantire la ripartenza della produzione già a ottobre. La notizia è stata diffusa questa notte. E con essa è arrivata una doccia fredda per i circa 430 lavoratori coinvolti e per gli stabilimenti di Abbiategrasso e Cusago, dove nelle ultime ore sono tornate rabbia e preoccupazione. L’accordo era stato annunciato l’11 settembre e prevedeva l’ingresso di Fulchir nel capitale di Bcs attraverso una newco, con l’affitto del ramo operativo e il successivo rilevamento della maggioranza della società lombarda. Nel progetto erano compresi i marchi BCS, Ferrari, Pasquali e Mosa. Ora, però, tutto è saltato.

«Rischi imprevedibili per la continuità aziendale»

A spiegare il passo indietro è lo stesso gruppo Fulchir. Le verifiche condotte dopo l’annuncio dell’operazione avrebbero fatto emergere criticità più gravi rispetto a quelle inizialmente valutate. Nella nota diffusa dal gruppo si legge che «non sussistono più le condizioni per il completamento dell’acquisizione della società lombarda». Fulchir parla inoltre di rischi non prevedibili al momento della prima intesa, tali da rendere impossibile proseguire con l’operazione nella forma prevista. Il piano avrebbe portato nelle casse dell’azienda tra 5 e 10 milioni di euro di capitale, oltre a nuove linee di credito. Era inoltre prevista una procedura di concordato in continuità, con l’obiettivo di riavviare la produzione a ottobre e recuperare progressivamente i livelli occupazionali entro l’inizio del 2028 attraverso la CIGS.

Il problema della produzione

A pesare sulla decisione sarebbero state soprattutto le condizioni della struttura produttiva e della catena di approvvigionamento. Fulchir segnala «un complessivo deperimento del sistema industriale», accompagnato da difficoltà nella disponibilità dei componenti e dalla discontinuità delle forniture. Un ulteriore elemento di rischio sarebbe rappresentato dalla dipendenza da alcuni fornitori strategici. A questo si aggiungerebbe la difficoltà di riattivare lavorazioni e processi produttivi rimasti fermi durante la crisi. Secondo Fulchir, si tratta di criticità che nella fase iniziale della trattativa non erano emerse con la stessa evidenza.

La speranza durata pochi giorni

Il dietrofront arriva proprio quando tra i lavoratori aveva iniziato a riaffacciarsi la speranza di una soluzione. Nelle assemblee negli stabilimenti di Abbiategrasso e Cusago, invece, ora prevalgono esasperazione e incertezza. Per i lavoratori il tempo è diventato un fattore decisivo. Da qui la richiesta di un intervento immediato delle istituzioni e la proposta di nominare un commissario: «Non si può più aspettare». La vicenda torna così al punto di partenza. Il futuro di BCS e dei suoi circa 430 dipendenti resta appeso a una soluzione industriale che, ancora una volta, non è arrivata. La questione rimane sul tavolo del ministero, mentre l’azienda deve affrontare una nuova fase della crisi.

A complicare ulteriormente il quadro c’è anche la situazione della rete dei concessionari e delle forniture, già condizionata nei mesi scorsi dall’incertezza sul futuro dell’azienda. Per gli stabilimenti milanesi di Abbiategrasso e Cusago, dunque, quella che sembrava l’inizio della ripartenza si è trasformata in una nuova attesa. E questa volta, con ancora meno margini per rimandare una decisione. L’operazione, concordata con BCS, prevedeva l’affitto del ramo operativo e il successivo rilancio dell’attività attraverso una newco destinata a rilevare la maggioranza della società. Nel progetto erano coinvolti i marchi BCS, Ferrari, Pasquali e Mosa. Una decisione quella di Fulchir che, di fatto, fa naufragare il piano che avrebbe dovuto consentire la ripartenza della produzione già a ottobre e apre una nuova fase di incertezza per i circa 430 lavoratori coinvolti.

La rabbia dei lavoratori

La notizia del ritiro dell’acquisizione arriva dopo che, appena pochi giorni fa, nei due stabilimenti milanesi di Abbiategrasso e Cusago era tornata la speranza di una soluzione alla crisi. Ora, nelle assemblee dei lavoratori, prevalgono invece esasperazione e preoccupazione per il futuro occupazionale. La richiesta è quella di intervenire rapidamente e di riportare la vicenda al centro del tavolo istituzionale. «Subito un commissario, non si può più aspettare», è l’appello che arriva dai lavoratori e dai sindacati. Con il ritiro della proposta Fulchir, dunque, il futuro di BCS torna in bilico. La vicenda resta ora sul tavolo del ministero, mentre l’azienda affronta una nuova fase della crisi dopo il precedente tentativo di individuare un acquirente rimasto senza esito. Un’incertezza che ha già coinvolto anche la rete dei concessionari e la disponibilità delle forniture necessarie alla produzione.

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