
Alla fine Corsico ha scelto la continuità. Stefano Ventura è stato riconfermato sindaco con una vittoria netta, larga, quasi schiacciante. Il candidato del centrosinistra ha conquistato il 60,92% dei voti, pari a 6.840 preferenze, staccando di oltre venticinque punti lo sfidante del centrodestra Gianmarco Zuccherini, fermo al 34,97% con 3.926 voti. Molto più distante Ruggero Sparacino, che con il 4,11% riesce comunque a riportare in consiglio comunale un rappresentante di Rifondazione Comunista dopo undici anni.
Ma il vero dato politico di questa elezione non è soltanto la vittoria di Ventura. È soprattutto il numero impressionante di cittadini che hanno scelto di non votare. L’affluenza definitiva si è fermata al 44,77%. Significa che più della metà degli aventi diritto non si è presentata ai seggi. Un crollo verticale rispetto al 58,54% della precedente tornata amministrativa. Quasi quattordici punti percentuali persi nel giro di cinque anni. Una ferita democratica profonda. I motivi? Al di là delle dicharazioni di facciata, in realtà interessano a pochi.
Tradotti i numeri in termini concreti, Ventura è stato eletto da poco più del 25% dell’intero corpo elettorale cittadino. Un dato che non toglie nulla alla legittimità della sua vittoria — chi vince secondo le regole democratiche governa a pieno titolo — ma che racconta con forza la distanza crescente tra politica e cittadini. Ed è proprio qui che il risultato di Corsico diventa qualcosa di più di una semplice elezione comunale. Diventa uno specchio del nostro tempo.
Perché chi non vota, alla fine, ha sempre torto. Non perché sia obbligato a scegliere un candidato o un partito, ma perché rinuncia volontariamente al diritto di incidere sul futuro della propria città. Chi resta a casa consegna inevitabilmente agli altri il potere di decidere. Poi però diventa difficile lamentarsi delle scelte compiute, delle priorità amministrative, dei problemi irrisolti o della direzione presa dalla città. La democrazia funziona così: decide chi partecipa.
E infatti, pur riconoscendo il peso dell’astensionismo, significativo il commento del gruppo civico Nessun dorma che ha voluto sottolineare il valore del voto espresso da chi si è recato alle urne. “Chi ha votato, chiunque abbia votato, merita rispetto”, “Chi ha scelto il candidato vincente ha tutto il diritto di sostenerlo e difenderlo. Chi ha votato chi ha perso ha tutto il diritto di criticare, protestare, fare opposizione. Questa è la democrazia”. Parole che si intrecciano però con un’altra considerazione dello stesso Ventura: “Un’affluenza del 44% resta una sconfitta democratica. Perché significa che più della metà delle persone ha scelto di non partecipare al momento più importante della vita pubblica di una città”.
Anche dallo schieramento sconfitto arriva la stessa preoccupazione. Zuccherini, che pure esce battuto dalle urne, ha parlato apertamente del “rammarico per una partecipazione al voto più bassa del previsto”, ricordando che “la democrazia è ancora più forte quando più cittadini decidono di esprimersi e prendere parte alla vita della città”. Il centrodestra, nonostante la sconfitta, consolida comunque una base importante e potrà ripartire da un’opposizione numericamente significativa. Zuccherini ha rivendicato il lavoro svolto durante la campagna elettorale, definendo il gruppo costruito “unito, serio e appassionato”. Non tutti ci credono, ma per il momento, va bene così.
Nel frattempo il dato politico resta lì, freddo e inesorabile: oltre un corsichese su due ha deciso di non scegliere. E forse è proprio questo il messaggio più forte uscito dalle urne. Più ancora della vittoria di Ventura, più ancora della sconfitta del centrodestra o del ritorno della sinistra radicale in consiglio comunale. Perché una città che smette di votare è una città che rischia lentamente di smettere anche di partecipare, discutere, controllare e immaginare il proprio futuro. E quando l’astensione diventa abitudine, la democrazia si indebolisce in silenzio.














Articolo degno di nota, complimenti. Purtroppo ancora una volta ha vinto il non voto.