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Era morta dopo l’operazione all’Humanitas: il gip dispone il processo per uno dei medici indagati

Il giudice ha respinto l’archiviazione chiesta dal pm Valentina Mondovì secondo la quale non c’era stato dolo

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Nella foto, le indicazioni del pronto soccorso dell’Humanitas e, nel riquadro, Anna Giuliano

La Procura di Milano aveva chiesto per due volte l’archiviazione dell’inchiesta sul caso della 28enne Anna Giugliano, che l’8 marzo del 2023 si era sottoposta a un intervento per ridurre il peso, attraverso la chirurgia bariatrica, all’Humanitas di Rozzano. La giovane due settimane era deceduta. Due giorni prima si era presentata al pronto soccorso con dolori lancinanti allo stomaco. Ieri, il gip Alberto Carboni ha respinto la richiesta d’archiviazione e ha disposto l’imputazione coatta per uno dei due medici indagati. Accolta, invece, la richiesta di archiviazione per l’altro medico finito al centro dell’inchiesta per omicidio colposo.

I nuovi accertamenti

Nei prossimi giorni, quindi, dovrebbe essere depositata la richiesta di rinvio a giudizio per il medico che eseguì l’operazione e che diede alla paziente le informazioni su possibili complicanze e segnali a cui prestare attenzione. Dalle indagini disposte dal gip, è emerso un elemento che ha fatto propendere verso questa nuova direzione: la testimonianza di un’operatrice dell’Humanitas, una dietista, che il 16 marzo aveva contattato Anna per il monitoraggio del decorso operatorio. E’ quindi emerso che la paziente l’aveva informata dello stato febbrile e che lei, a sua volta, aveva avvertito il chirurgo che l’aveva operata. Lo stesso chirurgo sarà processato per omicidio colposo dopo che il pm Valentina Mondovì ha chiesto l’archiviazione del caso, provocando la reazione della famiglia della ragazza che si era opposta alla richiesta alla richiesta.

I fatti

Anna Giuliano voleva dimagrire e per questo motivo si era sottoposta a un intervento di riduzione dello stomaco. Si era così rivolta ai medici dell’ Humanitas. Operata era stata dimessa, all’apparenza, in ottime condizioni. Poco più di una settimana dopo, però, era tornata nell’ospedale di Rozzano. Nella casa di Oleggio, in provincia di Novara, Anna aveva iniziato ad accusare forti dolori all’addome, con febbre alta. In un primo contatto via mail del 18 marzo il chirurgo di riferimento le avrebbe detto di non preoccuparsi e di assumere della Tachipirina. Il giorno dopo la febbre non era scesa e anzi le mani e le gambe avevano assunto un colore violaceo.

L’infezione

A quel punto il padre aveva chiamato ancora l’istituto clinico. Nonostante il pronto soccorso di Novara fosse distante solo una quindicina di chilometri ai familiari era stato detto di portare la ragazza all’Humanitas. Ricoverata in terapia intensiva aveva subito altre tre operazioni con la speranza di salvarle la vita. Inutilmente. La donna era morta a causa di uno shock settico da peritonite. Il 4 aprile si era svolta l’autopsia dalla quale era emerso che Anna era morta per sepsi. L’infezione che non le aveva lasciato scampo, era l’ipotesi accusatoria, si sarebbe diffusa per un errore nella fase post-operatoria, quando le erano stati messi i punti.

La perizia

Secondo la perizia autoptica, i punti di sutura posizionati nello stomaco avevano ceduto e si era diffusa un’infezione interna che aveva provocato la morte della donna, nonostante i tentativi fatti dai medici per salvarla. Dopo la denuncia da parte dei suoi genitori, la Procura di Milano aveva aperto un fascicolo grazie al quale era stato indagato il medico che l’aveva operata per omicidio colposo e poi anche quello che l’aveva seguita nel post operazione. Dopo un anno di inchiesta, era stata richiesta l’archiviazione.

Le indagini

“Gli esiti della indagini preliminari non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna degli indagati, né si ravvisano i presupposti per dare corso a ulteriori accertamenti”, aveva scritto la pm Valentina Mondovì tra le motivazioni della richiesta. Secondo i consulenti della Procura, l’intervento sarebbe stato eseguito secondo le linee guida e con modalità tecniche operative adeguate. Così come anche le dimissioni sarebbero avvenute secondo le procedure. Quel che non era previsto era il “cedimento dei punti di sutura” e la sepsi. La famiglia della giovane non aveva condiviso questa ricostruzione e si era opposta alla richiesta di archiviazione. Le nuove verifiche, almeno per il momento, le hanno dato ragione.

 

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