“Non si ravvede alcuna responsabilità professionale da imputare sotto il profilo penalistico a carico dei sanitari intervenuti”. Lo scrive il pool di esperti, guidato dal medico legale Cristina Cattaneo e nominato dalla Procura di Milano, nella consulenza depositata nelle nuove indagini, ordinate dal gip nei mesi scorsi, sulla morte di Imane Fadil. Finisce così un incubo per 12 dottori dell’Humanitas che avevano in cura la donna.
La modella marocchina, testimone ‘chiave’ nei processi sul caso Ruby, era deceduta il primo marzo 2019 dopo oltre un mese di ricovero e una lunga agonia per una rara forma di aplasia midollare. Indagati per omicidio colposo, per l’appunto, 12 medici dell’Humanitas di Rozzano. Che a questo punto risulterebbero estranei ai fatti.
Il pool di esperti ha analizzato anche la possibilità che ci fossero a disposizione delle terapie alternative non effettuate, come richiesto sempre dal giudice. I consulenti segnalano, invece, che anche una “terapia immunodepressiva” o un “trapianto di cellule staminali”, anche se eseguiti il giorno stesso della diagnosi di aplasia midollare, “non avrebbero in alcun modo migliorato il quadro clinico della modella, morta in pochi giorni”.
“Non si ravvede come una gestione clinica differente della vicenda avrebbe scongiurato il decesso”, scrivono gli esperti, tra cui l’ematologo Alessandro Rambaldi e l’anestesista Gaetano Iapichino, nella relazione tecnica di 28 pagine dopo le nuove analisi iniziate lo scorso marzo.
Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio avevano disposto la nuova consulenza dopo che il gip Alessandra Cecchelli, a Gennaio, respingendo la richiesta di archiviazione del fascicolo che inizialmente era stato aperto per omicidio volontario, aveva deciso che bisognava indagare ancora e stavolta sulle eventuali responsabilità dei medici, come chiesto dai familiari di Fadil, rappresentati dai legali Mirko Mazzali e Nicola Quatrano. Così, nel registro degli indagati erano stati iscritti 12 medici delle equipe di Medicina generale e Terapia intensiva che avevano preso in cura Fadil all’Humanitas.
Con i nuovi accertamenti, affidati dai pm allo stesso pool di esperti che aveva svolto quelli precedenti, si doveva valutare, come richiesto dal gip, se ci fosse o meno un “nesso” tra la morte e la “condotta dei sanitari” e se, tra le altre cose, la “malattia” poteva essere diagnosticata prima. Gli esperti avevano già messo in luce la “assenza di colpa medica”. E ora con la nuova relazione depositata si va verso una richiesta di archiviazione delle posizioni dei dottori.
Per mesi sulla morte di Fadil si era indagato ipotizzando un omicidio da spy story, perché le analisi avevano fatto emergere sospetti su un avvelenamento con sostanze radioattive. Il giallo si era risolto con una super consulenza che aveva stabilito che a causare il decesso era stata una malattia rara.
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