
Nel processo di primo grado era stato condannato perché era accusato di aver partecipato, procurando le armi poi usate nell’agguato, all’omicidio di Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, ucciso dalla ‘ndrangheta l´11 aprile del 1990 mentre si recava al lavoro. Ieri, la Corte d’Appello del Tribunale di Milano ha ribaltato la sentenza assolvendo Salvatore Pace, collaboratore di giustizia. “Il fatto non sussiste” è la motivazione della sentenza.
Le indagini erano state riaperto su richiesta della famiglia di Mormile, dal fratello, dalla sorella e dalla figlia. Il loro congiunto, che all’epoca dell’omicidio aveva 34 anni, fu ucciso con sei colpi di pistola mentre si trovava in auto sulla provinciale Binasca, a Carpiano, da due uomini in sella a una moto di grossa cilindrata. Le indagini avevano indicato in Salvatore Pace come l’uomo che aveva procurato le armi ai killer.
Da allora sono passati rentaquattro anni. Di silenzi, di verità parziali che hanno sconfinato nelle bugie, di omertà. Trentaquattro anni da quell’11 aprile del 1990 in cui Mormile fu massacrato in pieno giorno, con sei colpi di pistola. Quella mattina, due killer a bordo di una moto avevano affiancato la sua auto e lo avevano colpito con una scarica di piombo. Milano, all’epoca, aveva letto quell’omicidio come uno dei tanti. Ma la storia di Umberto Mormile non è una storia come tante. E parla anche calabrese. Una lingua ben nota a Buccinasco.
A raccontare i particolari è stato il pentito Vittorio Foschini, negli anni Novanta capo del clan Coco Trovato a Milano, dunque «referente dei De Stefano». Di tutti i collaboratori, è forse quello che più sa e più in dettaglio perché uomo di peso non solo della ‘ndrangheta milanese di quegli anni, ma anche di quel “Consorzio” che da tempo gestiva affari e politiche comuni di tutte le mafie, a Milano e non solo. Al vertice, c’era Antonio Papalia, originario di Platì ma da tempo residente a Buccinasco e «capo di tutta la ‘ndrangheta della Lombardia»
Per l’omicidio erano stati condannati nel 2005 come mandanti i boss della ‘ndrangheta Antonio Papalia e Franco Coco Trovato, e come «esecutori materiali» Antonio Schettini e Antonino Cuzzola. Nel 2011, con altro verdetto definitivo, Domenico Papalia, anche lui come mandante. A Pace erano stati inflitti sette anni di reclusione. La sua condanna era arrivate 34 anni dopo il delitto. Nel nuovo processo, la Procura generale di Milano aveva chiesto di confermare la sentenza. La Corte di Appello, presieduta da Ivana Caputo, ha invece ribaltato la decisione del primo grado. Entro 45 giorni saranno depositate le motivazioni.










