HomeAttualitàMaurizio Cecconi eletto “Eroe dell’assistenza sanitaria nella pandemia Covid 19”

Maurizio Cecconi eletto “Eroe dell’assistenza sanitaria nella pandemia Covid 19”

Ritratto del capo del reparto di terapia intensiva dell’Humanitas di Rozzano, premiato da The Journal of the American medical Association

L’associazione tra le più importanti ed influenti riviste mediche made in Usa (The Journal of the American medical Association) lo ha definito “Eroe dell’assistenza sanitaria nella pandemia Covid 19. Si trova in buona compagnia. Assieme a lui hanno ricevuto lo stesso titolo Li Wenliang (il primo in assoluto a dare l’allarme sugli effetti devastanti del Coronavirus, e da quest’ultimo ucciso) e Antony Fauci, il virologo italiano che oltre a lottare con il virus deve tenere a bada le scalmane del peggior presidente della storia degli Stati Uniti (almeno in tema di sanità e dintorni).

Dal Friuli con furore

Il suo nome è Maurizio Cecconi, un medico di origini friulane, 42enne, direttore del dipartimento di Anestesia e Terapia intensiva dell’Humanitas di Rozzano. Il motivo del riconoscimento? Cecconi è stato uno dei primi medici a descrivere approdo e diffusione del Coronavirus in Italia. In che modo? Condividendo on line con i colleghi di tutto il mondo quanto succedeva in Lombardia, permettendo loro di adottare precauzioni che hanno contribuito a salvare centinaia di vite umane. L’allarme è partito da lui ed è stato condiviso da migliaia di suoi colleghi in ogni angolo del pianeta.

Cervello di ritorno

Quello ricevuto da Cecconi è un riconoscimento alle intelligenze italiane che sono scese in trincea, sotto ogni latitudine, nella guerra contro il più subdolo virus che la storia recente abbia conosciuto. Il medico è un “cervello di ritorno”, come molti altri costretti ad abbandonare l’Itala per costruirsi all’estero un futuro. Domenica, il Messaggero Veneto ne ha tracciato il profilo.
Dopo essersi laureato in Anestesia all’università di Udine, Cecconi ha lasciato l’Italia diretto al Royal College di Londra. Dopo 13 anni è tornato nel Belpaese, a Rozzano, dove dirige la terapia intensiva. Quello che segue è un estratto dell’intervista pubblicata dal Messaggero Veneto.

L’orgoglio

“Non mi piace molto – ha detto – la parola eroe, ma di sicuro c’è l’orgoglio di sapere che abbiamo contribuito a diffondere presto informazioni molto importanti dalla Lombardia e dall’Italia. Fino al 21 febbraio stavamo monitorando i casi indice, chi viaggiava dalla Cina o chi era stato con qualcuno arrivato dal paese asiatico”.

La paura

“Poi – ha continuato – quel giorno qualcosa è uscito dal filtro dei controlli, ci siamo ritrovati con un giovane in terapia intensiva in un ospedale Lombardo. Immediatamente è stata informata la rete delle terapie intensive e ci abbiamo messo meno di 24 ore a coordinarci: avevamo paura che ci potessero essere, come poi è stato, molti malati”.

Sanità in ginocchio

“Ci siamo subito resi conto che una trasmissibilità così alta avrebbe potuto mettere in ginocchio qualsiasi sistema sanitario. Il messaggio che abbiamo lanciato alla comunità internazionale è stato allora quello di organizzarsi con una rete di terapie intensive per dare a ogni malato un letto”.

Comprare tempo

“Ci troviamo di fronte a un virus nuovo per il quale non esistono terapie specifiche, né vaccini. Quello che possiamo fare è offrire al meglio terapie di supporto cercando di dare ossigeno al malato: compriamo tempo prezioso perché il corpo umano possa sconfiggere il virus”.

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