
La Valtellina è una terra meravigliosa. Ha montagne che tolgono il fiato, paesaggi da cartolina e una cucina capace di mettere d’accordo anche chi, normalmente, considera il pranzo un fastidioso intervallo fra un impegno e l’altro. Pizzoccheri fumanti, sciatt croccanti, polenta taragna, Bitto, Casera, bresaola e vini robusti: un patrimonio gastronomico che meriterebbe un viaggio, possibilmente a stomaco vuoto e con il navigatore impostato sulla provincia di Sondrio. A Rozzano, per assaporare tutto questo sarebbe bastato raggiungere piazza Foglia. Almeno secondo un post pubblicato dal Comune sul proprio sito, che prometteva tre giorni di «sapori, musica, tradizioni e divertimento», trasformando la piazza in «un angolo di Valtellina, con tutto il gusto e il folklore di una terra affascinante».
Un programma ambizioso, accompagnato da un elenco altrettanto invitante: sciatt, pizzoccheri, polenta, bresaola, selvaggina e tante altre specialità. Il tutto condito dall’immancabile musica dal vivo e da un’atmosfera di festa. Ingresso gratuito, naturalmente. E ci mancherebbe: per entrare in Valtellina, almeno quella gastronomica, non dovrebbe essere necessario accendere un mutuo. Il calendario era chiaro: venerdì 16 ottobre dalle 18 alle 23.30, sabato 17 e domenica 18 dalle 11 alle 23.30. Tre giorni per concedersi una scorpacciata di montagna senza affrontare tornanti, code sulla Statale 36 e previsioni meteo alpine. Peccato che, alla prova dei fatti, la spedizione gastronomica abbia riservato qualche sorpresa.
La grande migrazione verso la piazza… dei pochi
Una prima visita effettuata sabato 17 ottobre, intorno alle 16.30, ha restituito un quadro ben diverso da quello evocato dalla comunicazione istituzionale. Piazza Foglia appariva pressoché deserta. A presidiare il territorio, uno stand uno che proponeva formaggi e specialità locali, affiancato da un tendone a tre punte. Fin qui, nulla di male: anche le piccole manifestazioni possono avere il loro fascino. Il problema nasce quando la promessa è quella di un intero angolo di Valtellina e il visitatore si ritrova davanti a una rappresentanza gastronomica decisamente più contenuta del previsto.

A dominare la scena, stando a quanto rilevato durante il sopralluogo, non erano i profumi del burro fuso sui pizzoccheri, né quello invitante degli sciatt appena fritti. A farsi sentire soprattutto era l’olio delle patatine fritte. Sia chiaro: nessuna guerra alle patatine. Ci mancherebbe altro. Sono democratiche, popolari, trasversali e capaci di salvare molte serate. Ma quando si parte per un’immaginaria spedizione fra le eccellenze della cucina valtellinese, ci si aspetta magari di essere accolti dal profumo del formaggio d’alpeggio, non da quello che accompagna una normale pausa al chiosco. Insomma, più che un viaggio gastronomico fra le montagne, la sensazione restituita dal primo sopralluogo era quella di una gita rimasta a metà strada. Con la Valtellina annunciata in grande stile e la piazza impegnata in una versione decisamente ridotta del programma.
Aspettavano i pizzoccheri, hanno trovato le aspettative
A rendere la vicenda meno simile a una semplice impressione personale sono arrivate le segnalazioni dei cittadini. Alcuni dei quali hanno contattato la redazione lamentando la delusione per ciò che avevano trovato — o, per meglio dire, per ciò che non avevano trovato — dopo aver letto la presentazione pubblicata dal Comune. Il senso delle proteste è semplice: se si annunciano tre giorni dedicati ai sapori della Valtellina, è ragionevole aspettarsi una presenza di più operatori e specialità coerente con quella descrizione. La seconda visita effettuata da un redattore di Pocketnews.it ha confermato il quadro segnalato dai lettori: uno stand e un tendone destinato alla distribuzione di polenta e preparazioni affini.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: dov’è finita tutta la Valtellina promessa? Possibile che sciatt, pizzoccheri, bresaola, selvaggina e compagnia siano rimasti bloccati in qualche tornante fra Morbegno e Sondrio? Oppure che la manifestazione sia stata concepita in formato ridotto, mentre il testo promozionale viaggiava in formato maxi? Naturalmente, il sopralluogo delle 16.30 fotografa una situazione in un preciso momento della giornata e non consente, da solo, di stabilire che cosa fosse presente in ogni fascia oraria o in tutti e tre i giorni. Ma la coincidenza fra quanto osservato dalla redazione e le segnalazioni ricevute merita una spiegazione.
La Valtellina vera non si improvvisa con due righe sui social
Per capire la distanza fra le aspettative e la realtà, conviene ricordare che cosa rappresenti davvero la gastronomia valtellinese. I pizzoccheri, innanzitutto, non sono semplicemente una pasta scura da mettere in un piatto. Sono il simbolo di una tradizione radicata soprattutto nel territorio di Teglio: tagliatelle preparate con farina di grano saraceno, cotte con patate e verdure e condite con burro, aglio e formaggio, in particolare Valtellina Casera DOP. Un piatto sostanzioso, nato per raccontare una cucina di montagna fatta di ingredienti locali e sapori intensi.
Gli sciatt, il cui nome nel dialetto locale significa «rospi», sono piccole frittelle di grano saraceno con un cuore di formaggio fuso. Croccanti fuori e morbide dentro, sono fra gli assaggi più riconoscibili della valle. E sì, anche loro sono fritti: ma fra uno sciatt preparato come si deve e una patatina c’è la stessa differenza che passa fra un concerto e una suoneria del telefono. Poi ci sono i formaggi. Il Bitto DOP, legato agli alpeggi estivi e alla lavorazione del latte in alta quota, è una delle grandi eccellenze della produzione casearia locale. Il Valtellina Casera DOP, più dolce e versatile, è invece protagonista di numerose ricette tradizionali, a partire proprio dai pizzoccheri.
La bresaola della Valtellina IGP rappresenta un altro caposaldo: carne bovina salata e stagionata, prodotta secondo un disciplinare che ne tutela origine e lavorazione. Non è soltanto un antipasto da accompagnare con qualche foglia d’insalata, ma un prodotto che racconta una storia secolare di conservazione delle carni. E poi la polenta taragna, preparata con farina di mais e grano saraceno e arricchita con formaggi e burro; le mele della Valtellina IGP, coltivate sui versanti della valle; i piatti di selvaggina; i vini ottenuti da uve Nebbiolo, come lo Sforzato di Valtellina DOCG e le diverse denominazioni del Valtellina Superiore. È un universo di sapori che ha bisogno di prodotti, competenze, operatori e organizzazione. Non basta evocarlo in un post per farlo comparire magicamente in una piazza.
Le voci dei delusi: «Ci aspettavamo una festa, non una caccia al tesoro»
Dalle segnalazioni raccolte emerge soprattutto la distanza fra l’annuncio e l’esperienza vissuta. «Abbiamo letto il post del Comune e ci aspettavamo di trovare tanti stand, specialità diverse e un po’ di atmosfera valtellinese. Arrivati in piazza, la scena era decisamente più modesta». Un’altra osservazione potrebbe essere sintetizzata così: «Se mi annunci pizzoccheri, sciatt, bresaola e selvaggina, io mi aspetto di poter scegliere fra queste specialità». E ancora: «Non è una questione di pretendere chissà che cosa. È che la pubblicità crea un’aspettativa. Se poi la realtà è molto diversa, è normale rimanere delusi».Infine, la sintesi più ironica del contrasto: «La Valtellina sarà anche arrivata a Rozzano. Evidentemente, però, ha viaggiato leggera».
Quando il post corre più veloce degli stand
La questione non è stabilire se una manifestazione debba necessariamente riempire una piazza da un capo all’altro. Non tutte le iniziative possono avere le dimensioni di una grande fiera e nessuno pretende che ogni evento di quartiere si trasformi nell’Expo dei pizzoccheri. Il punto è un altro: la comunicazione pubblica dovrebbe aiutare i cittadini a capire che cosa troveranno, non alimentare aspettative che rischiano di rimanere senza risposta. Se l’iniziativa prevedeva soltanto pochi operatori, sarebbe stato utile dirlo con chiarezza. Se altri stand erano attesi in momenti successivi, oppure se si sono verificati problemi organizzativi, sarebbe altrettanto utile chiarirlo. Se, invece, il programma era effettivamente quello descritto nel post, allora la differenza fra annuncio e situazione riscontrata merita una spiegazione. Perché una cosa è invitare i cittadini a partecipare a una piccola festa gastronomica. Un’altra è promettere tre giorni di sapori, musica, tradizioni e folklore, con un elenco di specialità che farebbe venire fame anche a un alpinista appena sceso dal Bernina, e poi ritrovarsi davanti a una proposta assai più contenuta. La promozione di un evento non è un esercizio di fantasia letteraria. È un impegno, almeno sul piano delle aspettative che si contribuisce a creare.
E alla fine, più che la montagna, si sente l’olio
Resta l’immagine di piazza Foglia descritta dai sopralluoghi: pochi operatori, un tendone, una presenza di pubblico molto limitata nel momento della prima visita e un profumo di frittura che, almeno per chi cercava i sapori delle Alpi, non sembrava proprio il miglior ambasciatore della Valtellina. Che, del resto, non ha bisogno di essere gonfiata dalla pubblicità: possiede già prodotti straordinari, tradizioni autentiche e una cucina che si difende benissimo da sola. A Rozzano, per ora, il problema non sembra essere la qualità della cucina valtellinese. È la distanza fra il menù promesso e quello che i visitatori hanno riferito di aver trovato. Con il rischio che, alla fine dei tre giorni, il prodotto più abbondante non sia il Bitto, ma il rimpianto di chi era arrivato in piazza con l’acquolina in bocca.














