
La morte di Domenico “Micu” Papalia chiude una delle pagine più lunghe e controverse della storia della ’ndrangheta nel Nord Italia. Ma non necessariamente chiude la storia della famiglia Papalia. “Micu”è deceduto nella notte tra il 25 e il 26 agosto all’ospedale San Paolo di Milano, a 81 anni, dopo l’aggravarsi della malattia che lo affliggeva da tempo. Era stato scarcerato appena un mese prima, dopo 49 anni trascorsi in carcere, e trasferito ai domiciliari nell’abitazione di un parente a Corsico per motivi di salute. Il suo nome, però, resta legato soprattutto a Buccinasco, Corsico e al Sud-Ovest milanese, il territorio nel quale, insieme ai fratelli Rocco e Antonio, la famiglia Papalia mise radici a partire dagli anni Sessanta e Settanta, contribuendo alla trasformazione dell’hinterland in uno dei principali insediamenti della criminalità organizzata calabrese nel Nord.
Da Platì alla «Platì del Nord»
Domenico Papalia nasce a Platì, in Aspromonte, nel 1945. È figlio di Giuseppe Papalia, detto ‘u Carciutu, e di Serafina Barbaro, appartenente alla potente famiglia Barbaro. È insieme ai fratelli Rocco e Antonio che il giovane Domenico arriva al Nord. La destinazione è il Milanese e, in particolare, l’area di Buccinasco. Qui la famiglia costruisce negli anni una posizione di grande rilievo negli equilibri criminali lombardi. Le attività cambiano nel corso dei decenni: prima i sequestri di persona, poi il narcotraffico, le estorsioni e il riciclaggio. Secondo le ricostruzioni investigative, il potere dei Papalia si intreccia con quello di altre famiglie originarie di Platì, dai Barbaro ai Sergi, dai Trimboli ai Molluso. Buccinasco diventa così uno dei luoghi simbolo della presenza della ’ndrangheta in Lombardia. Una presenza che, secondo gli investigatori, non si è limitata alla dimensione criminale tradizionale, ma ha cercato negli anni di infiltrarsi nell’economia, nell’edilizia e nelle attività imprenditoriali.
Una vita segnata dal carcere
Nel 1977 Papalia viene arrestato per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino, ucciso a Roma nel novembre del 1976. Condannato all’ergastolo, trascorre praticamente tutta la vita successiva dietro le sbarre. Nel 2017 arriva però una clamorosa svolta: la Corte d’assise d’appello di Perugia lo assolve definitivamente per quel delitto, dopo oltre quarant’anni. Nel frattempo, tuttavia, erano diventate definitive altre condanne, tra cui quella come mandante dell’omicidio dell’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile, assassinato a Carpiano nel 1990, e quella relativa all’omicidio dell’avvocato milanese Pietro Labate. Per questo l’assoluzione dal delitto D’Agostino non gli restituisce la libertà. Papalia rimane in carcere fino al luglio scorso, quando il Tribunale di sorveglianza di Bologna dispone il differimento della pena per le sue condizioni di salute. La sua morte arriva appena poche settimane dopo.
Il boss che comandava anche dalla cella
È questo uno degli aspetti più particolari della storia di Papalia. Per decenni, secondo le ricostruzioni della Dda e delle forze investigative, la detenzione non avrebbe cancellato la sua influenza sugli equilibri della cosca. Il suo peso derivava non soltanto dal ruolo nella famiglia Papalia, ma dalla rete di rapporti costruita con altre importanti famiglie calabresi. È anche per questo che la sua figura è stata progressivamente trasformata in una sorta di simbolo. Una narrazione che negli anni ha assunto toni quasi mitologici, soprattutto nel paese d’origine, Platì, e che più recentemente è arrivata anche sui social. Una rappresentazione che contrasta con quella giudiziaria e investigativa: per gli inquirenti Papalia è stato uno dei personaggi di maggiore autorevolezza della ’ndrangheta calabrese e uno dei protagonisti della sua espansione al Nord.
E adesso chi comanda?
È la domanda destinata ad accompagnare le prossime settimane. La risposta, però, non può essere semplicemente «il successore di Papalia». Nella ’ndrangheta non esiste necessariamente una successione lineare come in un’azienda o in una struttura gerarchica tradizionale, e soprattutto non risultano oggi elementi pubblici sufficienti per indicare con certezza un nuovo capo della rete criminale del Sud Milano. Un nome, tuttavia, compare con particolare insistenza nelle ricostruzioni più recenti: Domenico Trimboli, detto ’u Murruni, 66 anni, legato alla famiglia Papalia anche da rapporti familiari. Il Corriere della Sera, in un articolo pubblicato oggi, lo indica come «considerato l’erede della dinastia». Trimboli era inoltre la persona nella cui abitazione di Corsico Papalia era ospitato dopo la scarcerazione di luglio. È un elemento significativo, ma non equivale alla prova di una successione.
Rocco Papalia resta un nome pesante
Un’altra possibilità porta invece a Rocco Papalia, fratello di Domenico e Antonio. Rocco è tornato libero nel 2017 dopo 26 anni di carcere e ha ripreso a vivere a Buccinasco. Già nel 2021 una ricostruzione degli inquirenti lo indicava, per ragioni anagrafiche e di presenza sul territorio, come figura di vertice degli equilibri della cosca a Buccinasco, pur sottolineando il suo ruolo storicamente meno pesante rispetto a quello dei fratelli Domenico e Antonio. La situazione, però, è cambiata rispetto a cinque anni fa. Nel frattempo sono emerse nuove generazioni, nuovi rapporti e soprattutto una maggiore frammentazione degli interessi criminali. Per questo sarebbe probabilmente sbagliato immaginare che domani mattina qualcuno possa semplicemente sedersi sulla poltrona lasciata vuota da Micu.
Più che un erede, una rete
Il vero punto, infatti, potrebbe essere proprio questo: la morte di Papalia non significa necessariamente la fine del potere criminale costruito dalla famiglia. Attorno ai Papalia esiste da decenni una rete di parentele e alleanze con Barbaro, Sergi, Trimboli, Molluso e altre famiglie originarie dell’Aspromonte. Una rete che ha dimostrato di saper sopravvivere ad arresti, condanne e decapitazioni dei vertici. Le ultime cronache giudiziarie raccontano inoltre di un fenomeno criminale molto diverso da quello degli anni Settanta e Ottanta: meno ostentazione, maggiore attenzione agli affari e alla capacità di muovere denaro e droga attraverso reti più articolate. È quindi possibile che il dopo-Papalia non produca un nuovo Papalia, ma un equilibrio diverso tra più famiglie e più figure. Ed è probabilmente questa la vera partita che si apre ora nel Sud-Ovest milanese.
La fine di un’epoca?
Buccinasco, Corsico, Cesano Boscone e i comuni dell’area hanno conosciuto per decenni il peso della presenza della ’ndrangheta. Ma proprio Buccinasco negli ultimi anni ha costruito una forte risposta istituzionale e sociale, anche attraverso il riutilizzo dei beni confiscati. La morte di Micu Papalia rappresenta dunque la fine biologica di uno dei protagonisti di quella stagione, non necessariamente la fine della presenza della criminalità organizzata.bLa domanda sul suo erede resterà inevitabilmente aperta. Oggi il nome più accreditato dalle cronache è quello di Domenico Trimboli. Ma è una possibilità, non una certezza investigativa. E forse è proprio questa la differenza più importante rispetto al passato: non cercare un nuovo «padrino di Buccinasco», ma capire come si stanno trasformando gli interessi e le relazioni della ’ndrangheta nel territorio. La risposta, se arriverà, arriverà dalle indagini e dalle sentenze, non dai racconti mitologici costruiti attorno ai boss.













