Cusago guarda in faccia il data center che sorgerà al confine con Trezzano: ci vorranno sei anni tra bonifiche, lavori e domande aperte
il progetto Equinix entra nel dibattito pubblico: Comune, tecnici, azienda e residenti si sono confrontati in una sala gremita. Molte ancora le domande a cui mancano risposte. L'impianto sorgerà qualche centinaio di metri da Via Morona e dal Campo sportivo Fabbri di Trezzano
Nella foto, l’aula consiliare di Cusago gremita di residenti per discutere del datacenter che sorgerà in Corso Europa al confine con Trezzano
Cusago è un piccolo paese raccolto intorno alla bella piazza Soncino e al Castello Visconteo. Un luogo profondamente legato alla storia del Ducato di Milano, curatissimo e molto amato dai suoi abitanti. Oggi quel borgo storico si trova a confrontarsi con una delle infrastrutture più moderne del nostro tempo: un data center. Una specie di mostro, nell’immaginario collettivo. Un mostro da esorcizzare. Ieri sera, in una sala gremita, in un dibattito pubblico moderato dal sindaco Gianmarco Reina, i vertici di Equinix, che propone il progetto, tecnici ed esperti si sono confrontati con i residenti. Al tavolo c’erano Arturo Ciotti, dottore in Economia dell’Osservatorio digitale del Politecnico di Milano; Emanuela Grandi, laureata in Ingegneria elettronica e amministratrice delegata di Equinix Italia; Davide Giovenzana, ingegnere edile e direttore Costruzioni di Equinix Italia; Jacopo Signorini, dottore in Scienze ambientali e direttore tecnico di ERM Italia; l’architetto Luca Papis, progettista della società Working Progress; Floriano Monteduro, dottore in Economia e commercio e direttore generale di Italian Datacenter Association; e il geometra Antonio Boldrini, responsabile del settore tecnico del Comune di Cusago. Un parterre di tecnici del settore, non è chiaro quanto neutrali.
Un dato è certo. Il data center (ci si scusi il gioco di parole) sarà costruito in un’area privata già industriale, tra viale Europa e via Ettore Majorana, a qualche centinaio di metri da Via Morona e dal Campo sportivo Fabbri di Trezzano, oggi occupata da attività logistiche e ora acquistata da Equinix. Sul sito sono presenti problemi ambientali pregressi che richiederanno interventi importanti, dalla mappatura e rimozione dei materiali contenenti amianto alla gestione di altre contaminazioni individuate nell’area. Prima del data center dovranno arrivare bonifiche e demolizioni. Le tempistiche illustrate durante l’incontro sono lunghe: l’ordine di grandezza è di circa sei anni prima dell’operatività, con una prima fase di circa tre anni dedicata alla bonifica e alla preparazione del sito e una seconda alla costruzione e all’allestimento del campus che occuperà 60mila metri quadri dei circa 160mila disponibili nell’area. Il data center non richiede, secondo quanto spiegato durante la serata, una variante al Piano di governo del territorio. L’area era industriale prima e industriale rimane. Anche i parametri urbanistici e le altezze consentite derivano dal PGT vigente. Sono particolari importanti su cui i cittadini hanno chiesto spiegazioni e che chiariscono anche i margini entro cui l’amministrazione comunale può muoversi: il Comune può e deve controllare la conformità del piano, chiedere integrazioni e intervenire nella definizione della convenzione, ma non può semplicemente vietare un intervento privato conforme agli strumenti urbanistici. Il piano, peraltro, non è ancora approvato e l’istruttoria è tuttora in corso.
I data center sono classificati come infrastrutture strategiche. A Siziano ce ne sono sette. Un numero mostruoso, per l’appunto. Con lo sviluppo della digitalizzazione dei dati vi è bisogno di luoghi fisici nei quali conservarli ed elaborarli. Cloud, intelligenza artificiale, banche, assicurazioni, servizi pubblici, streaming e attività quotidiane che sembrano immateriali funzionano perché da qualche parte esistono server, connessioni, energia e sistemi di raffreddamento. L’Italia vuole aumentare questa capacità sul proprio territorio e ridurre una dipendenza tecnologica dall’estero che oggi è troppo forte, al punto da essere considerata non sicura. Si è così cominciato a parlare di sovranità digitale. Qui emerge però una delle incongruenze più interessanti della corsa ai data center. Per rafforzare la propria sovranità digitale l’Italia si affida anche a grandi operatori internazionali. Equinix è una multinazionale statunitense. Avere più server e più capacità di calcolo fisicamente in Italia significa certamente rafforzare l’infrastruttura nazionale, ma non equivale automaticamente ad avere piena sovranità digitale. Una contraddizione che ai più è sembrata una foglia di fico per mascherare una realtà che poi non trova riscontro. Contano invece chi possiede quelle infrastrutture, le tecnologie utilizzate, i servizi cloud che vi funzionano, il controllo dei sistemi e la giurisdizione alla quale rispondono gli operatori. È una verità assoluta con cui l’Italia dovrà fare i conti: ha bisogno dei data center, ma una parte importante dello sviluppo passa proprio attraverso le grandi aziende straniere dalle quali vorrebbe ridurre la propria dipendenza. E’ come un gatto mche si morde la coda.
A Cusago, però, i problemi sono molto più concreti. Uno è l’acqua. Equinix ha dichiarato che il campus non utilizzerà raffreddamento evaporativo, tecnologia che in altri tipi di data center può richiedere grandi quantità d’acqua. Il progetto prevede invece un raffreddamento ad aria e a circuito chiuso. L’acquedotto servirà sostanzialmente per le esigenze del personale, con un consumo stimato dall’azienda in circa 500-600 metri cubi all’anno. È inoltre previsto il recupero dell’acqua piovana. Diverso è il discorso dell’energia: un data center ne consuma molta, ma l’alimentazione non arriverà dalla rete domestica, bensì dalla rete di Terna, probabilmente dalla sottostazione elettica che dovrebbe costruire a Trezzano, in un’area del Parco Sud al confine con il qiuartiere Marchesina. I gruppi elettrogeni serviranno per le emergenze e per le prove periodiche. Sul rumore prodotto dagli impianti di raffreddamento esistono studi previsionali e limiti di legge, ma saranno le misurazioni reali, una volta acceso l’impianto, a dire quanto quelle macchine si sentiranno fuori dal sito. C’è poi il recupero del calore prodotto dai server, presentato come una delle opportunità ambientali. Tecnicamente è possibile: il calore, anche a bassa temperatura, può essere recuperato, portato attraverso pompe di calore a temperature utilizzabili e immesso in una rete di teleriscaldamento. Per Cusago, però, questa possibilità è solo prevista, ma non c’è un progetto definito. Equinix ha spiegato di voler predisporre spazi e impianti affinché in futuro il calore possa essere recuperato, ma durante la serata non è stata indicata una rete alla quale collegarsi, un utilizzatore già individuato o un accordo specifico che dica dove finirà quel calore. Per ora è quindi solo un’ipotesi, interessante ma ancora un’ipotesi, non ancora un beneficio concreto acquisito da Cusago.
Anche sulle compensazioni, il lavoro deve ancora cominciare davvero. Durante l’incontro sono state citate scuole, nido, verde, corridoi ecologici, marciapiedi e asfaltature, ma non esiste ancora un pacchetto definito. E va mantenuta una distinzione importante: parcheggi, piste ciclabili o altre dotazioni previste dagli standard urbanistici non diventano automaticamente “compensazioni” soltanto perché vengono realizzate insieme al data center. Le compensazioni territoriali e ambientali sono un altro capitolo e dovranno essere costruite nel corso dell’iter. È probabilmente qui che Cusago avrà più interesse a trattare, ha fatto notare il sindaco: non soltanto quanto sarà grande il data center, ma che cosa resterà concretamente al paese che lo ospita. Le domande dei residenti sono state numerose e quasi sempre molto concrete. Si è parlato di acqua, energia, rumore, salute, traffico, altezze degli edifici, calore, compensazioni, impatto paesaggistico e controlli, si è chiesto persino di possibili usi militari della struttura. Non tutte le domande hanno trovato una risposta. Durante la serata è stato ripetuto più volte che gli studi vengono controllati, che gli enti possono chiedere integrazioni e che le verifiche proseguono anche dopo l’entrata in funzione del data center. È questo il punto che conterà davvero negli anni a venire. Se rumore, emissioni, consumi o altri parametri dovessero risultare diversi da quelli autorizzati, gli enti competenti dovranno intervenire e chiedere adeguamenti. Le autorizzazioni non possono trasformarsi in una carta bianca consegnata all’operatore una volta terminato il cantiere. Per questo il controllo dei residenti è necessario. Purché trovino qualcuno che li ascolti
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.