
Altro che bracciate: qui si annaspa. E non in vasca, ma nei bilanci. Dal Centro sportivo di Corsico arriva, via social, una denuncia che ha il sapore amaro di chi si sente lasciato solo a tenere in piedi un servizio pubblico mentre le istituzioni… osservano dalla tribuna. Nel mirino dei gestori della piscina ci finiscono i costi energetici, definiti senza mezzi termini “non comprimibili”. Tradotto: le piscine non si spengono come una luce. Devono funzionare ogni giorno, tra riscaldamento dell’acqua, impianti di filtrazione e strutture da mantenere operative. Il risultato? Bollette sempre più alte e conti sempre più fragili.
Fin qui nulla di nuovo, se non fosse per un dettaglio che dettaglio non è: mentre il dibattito pubblico si concentra sui rincari e sulla battaglia politica per l’elezione del prossimi sindaco della città, gli impianti sportivi restano – secondo i gestori – ai margini degli interventi. Una dimenticanza? Macché. “È una scelta”, scrivono, con una chiarezza che lascia poco spazio alle interpretazioni.
E poi c’è il capitolo bandi, quello che sulla carta dovrebbe salvare la situazione e nella pratica rischia di diventare l’ennesimo esercizio teorico. I fondi per l’efficientamento energetico esistono, anche consistenti. Peccato che le società sportive (SSD e ASD) non possano accedervi direttamente. Serve il Comune, proprietario degli impianti. E quando il Comune non si muove, i soldi restano lì. Fermi. Come le soluzioni.
Il riferimento a Corsico è tutt’altro che velato. La denuncia parla di segnalazioni rimaste senza risposta e di opportunità perse, mentre i costi continuano a salire. Un cortocircuito perfetto: risorse disponibili ma inutilizzabili, strutture energivore ma non riconosciute come tali, gestori lasciati a fare equilibrio su numeri sempre più instabili. Nel frattempo, il conto – inevitabilmente – si sposta sulle famiglie. Perché quando i costi aumentano e i sostegni mancano, qualcuno paga. E spesso sono proprio gli utenti, quelli per cui lo sport dovrebbe essere accessibile e non un lusso.
La richiesta è netta: riconoscere gli impianti sportivi come attività energivore, introdurre crediti d’imposta, creare un fondo nazionale per lo sport di base e, soprattutto, permettere un accesso reale ai finanziamenti. In altre parole: passare dalle parole ai fatti. Perché il rischio, ormai dichiarato, è uno solo. Che a forza di ignorare il problema, le piscine inizino a chiudere davvero. E a quel punto non sarà solo una questione di cloro e corsie. Sarà un pezzo di comunità che se ne va a fondo.














