
Ogni volta che si verifica un’aggressione, un episodio di spaccio o un fatto di violenza, la domanda che si sente ripetere tra i cittadini di Rozzano è sempre la stessa: perché chi viene fermato o arrestato torna così rapidamente in strada? È stato questo il vero tema emerso durante l’audizione avvenuta l’altro pomeriggio del sindaco Mattia Ferretti e dell’assessore alla Sicurezza Domenico Anselmo davanti alla Commissione comunale antimafia, convocata dopo i recenti episodi che hanno riportato il tema sicurezza al centro del dibattito cittadino.
Secondo il sindaco, il problema non riguarda tanto la presenza delle forze dell’ordine quanto ciò che accade dopo gli arresti. «Negli ultimi quattro mesi ci sono stati quindici arresti. Soltanto uno è stato convalidato per tentato omicidio. Gli altri soggetti sono tornati nelle stesse piazze dove erano stati fermati», ha spiegato durante la seduta. Parole che fotografano una situazione percepita da molti residenti come frustrante: vedere gli stessi volti coinvolti più volte in episodi di criminalità continuare a frequentare le medesime zone della città.
Arresto non significa carcere
Uno dei punti più difficili da comprendere per l’opinione pubblica riguarda proprio la differenza tra arresto e detenzione. L’arresto rappresenta infatti soltanto una fase iniziale dell’azione giudiziaria. Successivamente spetta alla magistratura valutare la posizione dell’indagato e decidere quali misure applicare, tenendo conto delle prove raccolte, della gravità dei fatti contestati e delle garanzie previste dall’ordinamento. Non tutti gli arresti portano automaticamente alla custodia cautelare in carcere. In molti casi vengono applicate misure alternative, come l’obbligo di firma, l’obbligo di dimora o altre prescrizioni. È il giudice che decide e proprio su questo aspetto che si concentra gran parte delle critiche emerse nel dibattito politico locale.
Il caso del machete
Tra gli episodi citati durante la Commissione antimafia c’è quello dell’uomo che nei giorni scorsi aveva seminato allarme in città brandendo un machete. Secondo quanto riferito dal sindaco, vi sarebbero stati i presupposti per il trasferimento in un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR), ma il percorso non sarebbe andato a buon fine e il soggetto sarebbe tornato a frequentare le stesse aree cittadine. Un caso che, agli occhi di molti residenti, è diventato il simbolo di un sistema percepito come incapace di allontanare persone considerate pericolose.
La questione dei CPR
Anche l’assessore Anselmo ha posto l’accento sulla necessità di avere strumenti più efficaci per gestire situazioni che coinvolgono cittadini stranieri irregolari. Tra le richieste avanzate dal Comune figura infatti la disponibilità di posti nei Centri di permanenza per il rimpatrio, strutture nelle quali possono essere trattenute alcune categorie di stranieri in attesa dell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione. Secondo l’amministrazione, l’attuale scarsa disponibilità di posti rappresenterebbe uno degli ostacoli alla gestione di determinate situazioni.
Spaccio e recidiva
Durante il confronto è emerso un altro elemento considerato centrale: la presenza di un mercato della droga che continua ad attirare soggetti dediti ad attività criminali. «C’è una piazza di spaccio e quindi c’è un mercato», ha spiegato Ferretti. Secondo questa lettura, il problema non riguarda soltanto chi vende sostanze stupefacenti, ma anche il contesto che permette a tali attività di continuare a esistere. L’amministrazione ha inoltre evidenziato come alcuni soggetti trovino ospitalità sul territorio, rendendo più difficile interrompere il ciclo che porta a nuove violazioni e nuovi interventi delle forze dell’ordine.
La posizione dell’opposizione
Non tutti però condividono l’idea che il problema possa essere risolto principalmente attraverso misure più severe. Durante la Commissione antimafia, il consigliere Giuseppe Foglia ha sostenuto che la sicurezza urbana non possa limitarsi all’allontanamento dei soggetti problematici. Secondo l’esponente dell’opposizione, il tema deve essere affrontato anche attraverso un maggiore presidio dei quartieri, il recupero delle aree degradate, il contrasto alle occupazioni abusive e una presenza costante delle istituzioni nei luoghi più fragili della città. Una visione che amplia il concetto di sicurezza oltre la sola dimensione repressiva.
La sfida che attende Rozzano
La discussione ha evidenziato come il problema non abbia soluzioni immediate. Da una parte c’è la richiesta di maggiore certezza della pena e di strumenti che consentano di intervenire in modo più efficace nei confronti dei soggetti recidivi. Dall’altra emerge la necessità di continuare a investire nella prevenzione, nel presidio del territorio e nella riqualificazione delle zone più problematiche. Nel frattempo i cittadini chiedono soprattutto una cosa: poter tornare a vivere la città senza la sensazione che chi crea problemi oggi possa tornare a farlo già il giorno successivo.
È questa la sfida che Rozzano si trova ad affrontare. Una sfida che coinvolge Comune, forze dell’ordine, magistratura, istituzioni nazionali e cittadini. E che, come emerso chiaramente dalla Commissione antimafia, non può essere risolta da un solo soggetto ma richiede una risposta coordinata a tutti i livelli.














