
Doveva essere il simbolo della rinascita del commercio locale. Doveva diventare il mercato comunale coperto più moderno e attrattivo del Sud Ovest milanese. Doveva rappresentare uno dei progetti bandiera dell’amministrazione comunale di Buccinasco. Oggi, invece, rischia di diventare il monumento a una delle operazioni politico-amministrative più paradossali degli ultimi anni. L’asta pubblica per la vendita del capannone di via della Resistenza, acquistato dal Comune per realizzare il futuro mercato comunale, è andata deserta. Nessuna offerta. Nessun operatore interessato. Nemmeno la prospettiva, ventilata negli ultimi mesi, di trasformare l’area da produttiva a residenziale sembra aver convinto investitori e imprenditori a farsi avanti.
Una doccia fredda che riapre immediatamente la polemica politica. La storia è nota ma vale la pena ricostruirla. Qualche anno fa il Comune acquista l’immobile per circa 857 mila euro. L’obiettivo è ambizioso: creare una struttura capace di ospitare ambulanti, commercianti e attività di vicinato, rilanciando il commercio cittadino attraverso un mercato coperto stabile. L’operazione viene presentata come una delle grandi scommesse della legislatura. Le dichiarazioni sono ottimistiche. Il progetto viene illustrato come un modello innovativo destinato a diventare un punto di riferimento per l’intero territorio.
Poi arriva il primo problema. I commercianti non ci credono. O meglio, non abbastanza da investire nel progetto. Le adesioni non arrivano. Gli operatori economici restano alla finestra. Il mercato, semplicemente, non decolla nemmeno prima di nascere. A quel punto il Comune è costretto a rinunciare all’iniziativa e a restituire il finanziamento regionale ottenuto per sostenerla. Oltre 600 mila euro che tornano al mittente insieme al sogno del mercato coperto. Fine della storia? Tutt’altro. Perché entra in scena il secondo atto. Se il mercato non si può fare, si vende il capannone. E magari si realizza anche una plusvalenza. Questa la tesi sostenuta dalla maggioranza durante il dibattito consiliare degli ultimi mesi. Una posizione riassumibile con un concetto semplice: l’operazione può ancora trasformarsi in un affare per le casse comunali.
Peccato che il mercato, quello vero, abbia espresso un giudizio ben diverso. L’asta è andata deserta. Nessuno ha ritenuto conveniente investire nell’immobile. Nessuno ha deciso di scommettere su quell’area. E qui il paradosso raggiunge probabilmente il suo punto più alto. Prima il Comune compra un immobile per farne un mercato. Poi il mercato non si fa perché nessuno vuole partecipare. Quindi si decide di vendere l’immobile sostenendo che il valore sia addirittura aumentato. Ma quando arriva il momento di comprare, nessuno si presenta. Una vicenda che offre all’opposizione materiale politico praticamente inesauribile.
Da mesi Lega e centrodestra parlano di fallimento amministrativo, accusando la giunta di aver speso centinaia di migliaia di euro dei contribuenti per un progetto mai partito e di aver poi cercato di rimediare attraverso una variante urbanistica che potrebbe aprire la strada all’ennesimo intervento residenziale. La maggioranza, dal canto suo, continua a difendere le proprie scelte e potrebbe sostenere che una prima asta deserta non chiude necessariamente la partita. Le procedure prevedono infatti ulteriori tentativi con possibili rimodulazioni delle condizioni di vendita.E qui casca l’asino.
Perché anche in casi precedenti, aree vendute in via Vivaldi e proprio in via Resistenza, di fronte ai capannoni in questione, gli imprenditori del settore immobiliare hanno aspettato il terzo tentativo di vendita con ribassi che variano anche del 20/25 per cento (in alcuni casi anche del 40%), per affondare il colpo, trasformando qualsiasi ipotesi di guadagno per le casse comunali in una chimera. Chi frequenta questo settore conoce molto bene i meccanismi che regolano queste procedure e li sfrutta per il prorpio tornaconto.
Resta però una domanda politica difficile da aggirare. Se il progetto del mercato era davvero così valido, perché nessun commerciante ha voluto aderire? E se oggi il capannone rappresenta un’opportunità così interessante, perché nessun investitore ha presentato un’offerta? Sono interrogativi che rischiano di accompagnare l’amministrazione ancora a lungo. Perché al di là delle contrapposizioni tra maggioranza e opposizione, una cosa appare evidente: quello che doveva essere il “mercato comunale più bello della zona” non esiste. E’ diventato un fantasma. Il finanziamento regionale non c’è più. Il capannone resta dov’è. E il Comune si ritrova con un immobile acquistato per un progetto tramontato e che, almeno per ora, il mercato non sembra voler acquistare.
Una vicenda che ha ancora diversi capitoli da scrivere. Ma che già oggi rappresenta una delle storie più singolari della politica locale degli ultimi anni. Perché non capita spesso che un progetto fallisca due volte: prima come investimento pubblico e poi come operazione immobiliare. In attesa dei soliti speculatori.













