
È morta a 35 anni Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa a Milano nel novembre del 2009. La notizia della sua morte, la giovane si è tolta la vita, riporta alla luce una delle storie più dolorose legate alla criminalità organizzata in Lombardia e quella di una ragazza che, giovanissima, si trovò a dover affrontare le conseguenze della tragedia che aveva travolto la sua famiglia. Denise era la figlia di Lea Garofalo e Carlo Cosco. Aveva poco più di diciotto anni quando si trovò al centro del processo per la scomparsa e l’omicidio della madre, una vicenda che aveva avuto origine dalla scelta di Lea di rompere con l’ambiente criminale nel quale era cresciuta e di fornire informazioni agli inquirenti sulla ‘ndrangheta.
Lea Garofalo era nata in Calabria e si era trasferita a Milano ancora giovanissima. Nel corso degli anni aveva deciso di collaborare con la giustizia, raccontando agli investigatori informazioni sui traffici e sulle dinamiche criminali della famiglia del compagno Carlo Cosco. Per questa scelta era entrata, insieme alla figlia, nel programma di protezione. Nel 2009, dopo essere uscita dal programma di protezione, Lea tornò a Milano. Il 24 novembre di quell’anno venne attirata in un appartamento con il pretesto di parlare anche del futuro della figlia. Lì venne uccisa. Il suo corpo fu successivamente portato a San Fruttuoso, a Monza, e dato alle fiamme nel tentativo di cancellarne ogni traccia. Soltanto in seguito, grazie alle dichiarazioni di uno degli uomini coinvolti nell’occultamento, furono recuperati oltre duemila frammenti ossei.
Per Denise quella morte significò anche dover affrontare il padre. Fu lei, infatti, a fornire agli investigatori elementi fondamentali sulla scomparsa della madre e successivamente a testimoniare nel processo. Si costituì parte civile contro il padre e contro gli altri imputati, raccontando in aula ciò che sapeva. La sua testimonianza fu una delle pagine più drammatiche del procedimento. Le sentenze hanno poi portato a quattro condanne definitive all’ergastolo per Carlo Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Carmine Venturino, che collaborò successivamente con gli inquirenti fornendo indicazioni decisive per il ritrovamento dei resti di Lea, è stato condannato a 25 anni, mentre Giuseppe Cosco è stato assolto in appello. Le condanne sono diventate definitive in Cassazione nel 2014.
La storia di Denise è rimasta per anni legata indissolubilmente a quella della madre. Una ragazza chiamata a testimoniare contro il proprio padre e a ricostruire davanti ai giudici la vicenda della donna che aveva cercato di proteggerla e di sottrarla all’ambiente criminale. Una storia che negli anni è diventata anche un simbolo della lotta alla ‘ndrangheta. Lea Garofalo è stata riconosciuta come vittima della criminalità organizzata e nel 2018 le è stata conferita alla memoria la Medaglia d’oro al merito civile. La sua vicenda e quella di Denise sono state raccontate anche nella serie televisiva The Good Mothers.
Oggi, però, al centro non c’è più il processo né la storia giudiziaria di Lea. C’è una donna di 35 anni che ha portato per tutta la vita il peso di una vicenda iniziata quando era ancora giovanissima e che aveva dovuto affrontare in prima persona, dopo aver perso la madre in circostanze terribili. La notizia della sua morte riporta così l’attenzione anche sul prezzo umano pagato da chi si è trovato a vivere sulla propria pelle le conseguenze della criminalità organizzata e della violenza familiare.
La notizia della morte di Denise lascia oggi avvilimento e sconcerto in quanti, negli anni, avevano assunto la figura di Lea Garofalo come uno dei simboli della lotta alla ‘ndrangheta. Una vicenda che era stata trasformata in testimonianza pubblica di coraggio, riscatto e ribellione alla criminalità organizzata e che ora si carica di un dolore ancora più difficile da comprendere. Ma proprio questo impone di guardare alla storia di Denise non soltanto attraverso il simbolo che è diventata sua madre. Prima ancora di essere la figlia di Lea Garofalo, Denise era una ragazza che aveva perso la propria madre in modo atroce e che, ancora giovanissima, aveva dovuto affrontare un processo, testimoniare contro il padre e portare sulle proprie spalle un peso enorme.
Per questo la sua morte non può essere letta soltanto come l’epilogo di una storia diventata simbolica. È soprattutto una tragedia umana, che riapre una ferita mai davvero rimarginata e lascia sgomenti quanti avevano seguito la vicenda di Lea e di sua figlia, vedendo in loro un esempio di coraggio nella lotta alla criminalità organizzata.













