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Trezzano, morì schiacciato al primo giorno di lavoro: la famiglia aspetta ancora giustizia mentre chi dovrebbe pagare si palleggia le responsabilità

Abdul Ruman aveva 25 anni quando, il 25 maggio 2023, fu schiacciato da una fustellatrice di due tonnellate. A oltre tre anni dalla tragedia, mentre il processo penale deve ancora chiarire le eventuali responsabilità, la moglie e i familiari non hanno ricevuto gli indennizzi. Tra aziende che si rimpallano le colpe e ostacoli burocratici, anche il diritto a un risarcimento sembra essersi fermato.

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Nella foto Abdul Rman, morto a causa di un infortunio sul lavoro accaduto in un’azienda di Trezzano sul Naviglio

 Il primo giorno di lavoro. La prima ora di lavoro. Una macchina industriale di due tonnellate si ribalta, un giovane operaio schiacciato contro il muro di un capannone. I soccorsi arrivano ma non riescono a salvargli la vita. E, dopo la tragedia, un’attesa che si trascina da anni: quella di una famiglia che non ha ancora ricevuto gli indennizzi per la morte del proprio caro. Questa è la storia di Abdul Ruman, 25 anni, originario del Bangladesh, morto il 25 maggio 2023 in un capannone della Crocolux, a Trezzano. Racconta una tragedia sul lavoro e il paradosso che può seguirla. Perché mentre la giustizia è chiamata ad accertare le eventuali responsabilità che non sono state ancora chiarite, tra le aziende coinvolte, l’assicurazione e l’Inail si è aperto un intricato percorso di contestazioni e adempimenti. E, nel frattempo, la famiglia resta senza un euro di indennizzo. Una vicenda sollevata nei giorni scorsi dal Corriere della Sera.

Una macchina da due tonnellate e un lavoro appena cominciato

Quel giorno Abdul era stato mandato dalla propria società, la Crocolux, insieme a un collega bengalese, ad aiutare un lavoratore della Abv Trasporti, incaricata di spostare tre macchine fustellatrici, ciascuna del peso di circa due tonnellate, da un capannone all’altro. I macchinari dovevano essere trasferiti nei locali in cui sarebbero stati installati. Durante le operazioni, una fustellatrice si ribaltò. Il tecnico della Abv aveva cominciato a sollevarla con un martinetto idraulico quando il macchinario perse stabilità, travolgendo Abdul e schiacciandolo contro una parete. Il giovane riportò lesioni gravissime. Trasportato in elicottero all’ospedale Niguarda di Milano, morì poche ore dopo. Aveva 25 anni ed era alla sua prima giornata di lavoro. Le prime notizie sulla tragedia riferivano anche i dubbi sulla regolarità del suo rapporto di lavoro. Un dettaglio che sarebbe tornato, in forme diverse, anche nella successiva vicenda degli indennizzi.

Il rimpallo delle responsabilità

La Procura di Milano ha avviato un procedimento per omicidio colposo a carico dei due datori di lavoro coinvolti. Il processo penale dovrà stabilire se vi siano state responsabilità e, in caso affermativo, a chi siano attribuibili. Fino a una decisione, naturalmente, ogni addebito resta da accertare. Nel frattempo, però, la famiglia si trova davanti a un muro di contestazioni incrociate. La Crocolux, società presso la quale doveva essere installato il macchinario, sostiene di non essere responsabile delle operazioni di movimentazione, affidate a un’impresa specializzata: la Abv Trasporti. Quest’ultima, a sua volta, ha addossato la responsabilità al proprio dipendente che stava scaricando la fustellatrice.

Ma proprio su questo punto c’è un elemento decisivo: secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, ai lavoratori sarebbero stati forniti materiali inadeguati e non sarebbe stata impartita alcuna formazione.   È il paradosso di questa vicenda: un giovane muore durante un’operazione di movimentazione industriale e, mentre si cercano le responsabilità, le posizioni dei soggetti coinvolti sembrano convergere soprattutto su una conclusione, quella di non dover pagare. Per la famiglia, invece, non c’è ancora una risposta concreta.

L’assicurazione e quel modulo arrivato troppo tardi

Neppure la strada assicurativa ha finora portato a una soluzione. Unipol ha sollevato una questione formale relativa alla posizione lavorativa di Abdul. Il modulo necessario, riguardante l’assunzione del giovane, non sarebbe stato trasmesso prima dell’infortunio, ma soltanto dopo. Da qui la contestazione: secondo la compagnia, la copertura non opererebbe se il rapporto di lavoro non fosse stato integralmente definito al momento del sinistro. Un passaggio burocratico che, nella sua essenzialità, rischia di trasformarsi in un’altra porta chiusa per chi è rimasto senza un marito, un figlio, un familiare. Il giovane era alla sua prima ora di lavoro: proprio il momento in cui la sua posizione avrebbe dovuto essere definita con chiarezza da chi lo aveva assunto. La questione assicurativa, naturalmente, dovrà essere valutata nelle sedi competenti. Ma il risultato, per la famiglia, non cambia: a distanza di anni dalla morte di Abdul, il risarcimento resta una prospettiva incerta.

La moglie senza codice fiscale, l’indennizzo non arriva

C’è poi la posizione dell’Inail. Anche qui, il nodo è burocratico, ma il suo effetto è profondamente umano. Abdul si era sposato da poco in Bangladesh. La moglie, che non era ancora stata regolarizzata, non è riuscita a completare le procedure necessarie per ottenere il codice fiscale. Da circa due anni, secondo quanto riferito, si cerca di superare questo ostacolo, senza che la vicenda abbia trovato una soluzione. Così, mentre si attendono gli accertamenti giudiziari e si discutono le condizioni delle coperture assicurative, anche l’accesso agli indennizzi previdenziali resta bloccato. È difficile non cogliere il cortocircuito: da una parte c’è una morte sul lavoro, avvenuta durante un’attività concreta e pericolosa; dall’altra, una famiglia che deve dimostrare di possedere tutti i requisiti amministrativi per ottenere le prestazioni previste. La persona è morta, ma la pratica continua a chiedere documenti. E la moglie, già privata del marito, si trova così a fare i conti anche con un sistema di procedure che non riesce a riconoscerle, almeno per ora, un diritto effettivo all’indennizzo.

La famiglia non può aspettare all’infinito

I familiari di Abdul, assistiti dall’avvocato Simone Briatore, si sono costituiti nel procedimento giudiziario. Il processo per l’ipotesi di omicidio colposo dovrà chiarire le eventuali responsabilità penali dei datori di lavoro. È un passaggio necessario, che richiede accertamenti e garanzie per tutte le parti. Ma il piano della giustizia penale non coincide necessariamente con quello della tutela economica della famiglia. E proprio qui si concentra il dramma di questa storia: mentre ciascun soggetto coinvolto oppone le proprie ragioni, la moglie e i parenti continuano ad aspettare. Non si tratta di anticipare sentenze né di stabilire responsabilità che spettano ai giudici. Si tratta di domandarsi come sia possibile che, a distanza di anni dalla morte di un lavoratore, una famiglia non abbia ancora ottenuto gli indennizzi e debba continuare a districarsi tra contestazioni assicurative, posizioni contrattuali e documenti mancanti.

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