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Sorrisi, silenzi e giornate in famiglia: convivere con il Coronavirus alle porte di Milano

Scuole chiuse, precauzioni e vita sociale: gli effetti sulla nostra vita nel diario di un nostro giornalista e dei lettori di pocketnews.it

di Antonio Casa

Buccinasco, primo pomeriggio.
Vado a fare la spesa a distanza di nove giorni dalla penultima volta perché gli scaffali in cucina mi avvertono che se non lo faccio, muoio di stenti. Altro che Coronavirus. È uno degli effetti di questa storia, per certi versi surreale, che colpisce l’umanità. “Sembriamo tornati ai tempi della guerra” dice una signora molto anziana in fila alla cassa.

La guardo con ammirazione. In questo momento dovrebbe starsene tranquilla in casa in quanto è un “soggetto a maggiore rischio”, sostengono gli esperti. Invece è lì, a più di un metro da me ovvio. Non si sa mai, di questi tempi. Ci guardiamo, abbozzo un sorriso, ripensando ai racconti dei miei genitori sulla guerra, quella vera. O, meglio dire: quella che pensavamo fosse finora.

Allora c’era poco da mangiare. La gente era alla fame, una condizione che perdurò oltre il tragico periodo bellico in molte zone dell’Italia distrutta e contadina. “No, non siamo in guerra” penso. Davanti a me c’è l’opulenza del supermercato, basta avere i soldi per comprare la merce esposta. Oggi però è diverso. Il disagio è nell’aria, lo respiro, mi circonda.

Non c’è il solito chiasso, la gente parla sottovoce, alcuni indossano le mascherine e osservano le mosse dei vicini come nei film polizieschi. Gli sguardi sono sospettosi. I commessi danno indicazioni, per di più muovendo le braccia come i vigili di Milano (i mitici “ghisa”) negli incroci senza semafori degli anni Sessanta.  

Alla cassiera in mascherina consegno la tessera bancomat. Per ora è meglio non usare banconote, poiché anch’esse possono essere veicolo d’infezione. In tasca ho soltanto venti euro che al ritorno in casa metterò da parte in un cassetto, in attesa di tempi migliori o come estremo rimedio al bisogno. Il resto della giornata scorre tra dialoghi in famiglia, pc, cellulare, tv, letture varie. Mi mancano i miei amici, mi mancano i “miei” ragazzi.

Sono un insegnante e giornalista. La mattina preparo e assegno le consegne ai miei alunni, a distanza. Chissà cosa fanno i miei “ragazzuoli”, studio e gioco a parte. Conoscendoli, immagino che spesso si avvicinino a genitori e nonni esclamando: “Mi annoio, non so che fare!”. La noia è importante, affermano pedagogisti, perché sviluppa la fantasia. Chi non si è annoiato in vita sua, alzi la mano. Però quando arriva, è vero, non si sa cosa fare.

Per fortuna ci sono le famiglie. Sembra un paradosso, ma l’emergenza coronavirus riunisce nuclei sfaldati da orari di lavoro, scuola, palestra, corsi vari, rivalutando la figura dei nonni, che quando si ha la fortuna di averli, sono il vero welfare della nostra società disorientata. Persino i ragazzi della strada dove abito, via Copernico a Corsico, da ieri al centro di molti pettegolezzi sul numero di contagiati, non sostano sulla panchina abitualmente occupata dal tardo pomeriggio a sera inoltrata.

Poi ci sono le notizie. E le menzogne. Un vicino mi chiede se è vero che a Corsico i casi sono ben oltre i tre ufficiali. Gli spiego che occorre attenersi alle dichiarazioni di Regione, Ats e di giornali qualificati, il resto è una bufala. “Ma dicono che il 22 marzo in Lombardia ci saranno 8 mila contagiati” insiste. È un’ipotesi basata su calcoli matematici, rispondo. Sperando che nel chiuso delle loro stanze, stavolta i sapientoni abbiano sbagliato.

Sono giorni di paura, di aspettative, di nomi concreti e astratti, di aggettivi spesso superlativi senza cognizione. Siamo sospesi tra l’incubo e la realtà, fiducia e lentezza.   
E voi, cari lettori, cosa fate? Com’è cambiata la vostra vita negli ultimi giorni? Volete farci sapere i vostri pensieri e le vostre impressioni? Scrivete a info@pocketnews.it e li condivideremo.   

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