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Ronde e aggressioni a Rozzano: la città chiede sicurezza e non vuole essere raccontata come una realtà razzista

Dopo le aggressioni, i cortei e le tensioni nel quartiere popolare, sui giornali sono comparse parole come “ronde”, “linciaggi” e “caccia agli immigrati”. Ma tra i residenti c’è anche chi rivendica un’altra lettura: «Nessuna ronda, nessun razzismo. Abbiamo paura e chiediamo soltanto di poter vivere tranquilli»

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Nella foto, uno dei momenti di massima tenzione provocato dalle ronda a Rozzano

Rozzano, in questi giorni, è finita sulle prime pagine per le immagini e i racconti di una città attraversata dalla rabbia. Le cronache hanno parlato di ronde, aggressioni, caccia agli immigrati e persino di “notte nera”. Una rappresentazione che ha acceso una seconda protesta, questa volta contro l’immagine che della città viene restituita all’esterno. Perché accanto alla tensione, alle aggressioni e agli episodi che sono ora al vaglio delle forze dell’ordine, c’è un’altra parte della storia: quella di cittadini che dicono di avere paura, di sentirsi poco sicuri e di chiedere una presenza più forte e stabile delle istituzioni.

È questo il senso della lettera inviata alla redazione di Pocketnews.it da Ivan Cariello, ex assessore di Rozzano, che ha partecipato alle iniziative di questi giorni insieme ad altri commercianti. «Oggi pomeriggio Rete 4 ha intervistato il marito della ragazza aggredita in auto. Sono andato anch’io con il mio socio e altri commercianti non solo per solidarietà ma perché abbiamo paura», scrive Cariello. «La nostra dipendente, quando si ritrova da sola in agenzia, si chiude dentro all’ufficio per paura che qualcuno possa entrare e farle del male. Questo in pieno giorno. E non è normale in una città come Rozzano». Il punto centrale della sua lettera è proprio la distanza tra ciò che, secondo lui, è accaduto nelle strade e la rappresentazione che ne è stata data. «Oggi nell’intervista si spostava l’attenzione su ronde e razzismo, ma non è vero. Nessuna ronda, ma corteo. Nessun razzismo».

Cariello rivendica anche la storia di una città nella quale, a suo dire, la convivenza tra persone di origini diverse è una realtà quotidiana, a partire dalle scuole. «Io da ex assessore alla pubblica istruzione posso garantire che a Rozzano convivono a scuola, dalle elementari e medie, bambini, ragazze e ragazzi di nazionalità diverse. Questo accade anche tra i genitori di diverse nazionalità. Rozzano è una città che accoglie sempre e tutti senza distinzione». Poi c’è la rabbia. Quella che Cariello non nega e che considera la conseguenza diretta della paura. «La rabbia c’è ed è forte perché quando toccano la tua famiglia, un uomo non può che proteggerla, quello che ha fatto il ragazzo: ha protetto sua moglie».

Dall’aggressione alla protesta

La vicenda è partita da un episodio avvenuto in mattinata. Una donna è stata avvicinata mentre si trovava nella propria automobile e un giovane avrebbe tentato di aprire la portiera. Alle sue grida è intervenuto il marito, che ha avuto una colluttazione con il ragazzo. Il giovane, un 23enne di origine marocchina secondo le cronache, è stato successivamente aggredito da alcune persone ed è stato portato all’Humanitasper poi essere dimesso. La sera stessa, dopo essere stato nuovamente individuato dai residenti, è stato ancora aggredito ed è dovuta intervenire la polizia locale.

Nella stessa serata un altro uomo, un quarantenne marocchino che si trovava in stato di ebbrezza, è stato aggredito da due fratelli, successivamente identificati dai carabinieri. Gli episodi sono oggetto degli accertamenti delle forze dell’ordine. È su questo punto che il racconto di Rozzano si divide. Da una parte ci sono episodi di violenza che non possono essere cancellati né minimizzati. Dall’altra, c’è una parte dei residenti che sostiene di essere scesa in strada non per sostituirsi alle forze dell’ordine, ma per chiedere che le istituzioni garantiscano una maggiore presenza sul territorio. Lo stesso Comune ha preso le distanze dalla giustizia privata. Il sindaco Mattia Ferretti ha ribadito che la sicurezza è compito delle istituzioni e delle forze dell’ordine e che non sono accettabili ronde o forme di violenza privata.

«Non siamo spacciatori, non siamo delinquenti»

È proprio il marito della donna aggredita, Simone Pignieri, ad aver dato attraverso i social il via alla mobilitazione. Nel suo messaggio ha spiegato di voler scendere in strada «non per creare disordini o problemi, ma per essere presenti, vigilare e affiancare le istituzioni nel loro lavoro». «La nostra presenza vuole essere un segnale forte e concreto: noi cittadini ci siamo», ha scritto Pignieri. «Vogliamo tornare a vivere il nostro paese con serenità e sicurezza, affinché bambini, donne, anziani, famiglie e ogni cittadino possano sentirsi liberi di uscire, passeggiare e vivere la propria quotidianità senza paura». Il messaggio insiste sulla natura pacifica dell’iniziativa e sulla volontà di non sostituirsi alle istituzioni.

«Non possiamo più limitarci a stare fermi o a rinchiuderci in casa. È arrivato il momento di far sentire la nostra voce e di dare un segnale a chi ha la responsabilità di garantire sicurezza e vivibilità sul nostro territorio». E ancora: «Perché noi non siamo spacciatori, non siamo delinquenti e non siamo persone che vogliono creare problemi. Siamo papà, mariti, figli e cittadini di Rozzano. Siamo persone che amano il proprio paese e che vogliono semplicemente poterlo vivere in sicurezza». Pignieri conclude precisando anche la natura che, secondo lui, dovrebbe avere la mobilitazione: «E ci tengo a precisare: non sono ronde ma presidio del territorio».

La parola “ronda” divide anche il racconto

Il problema è che, nelle ore successive, quello che era stato presentato come un presidio spontaneo si è trasformato in cortei non preannunciati e, in alcuni momenti, in situazioni di forte tensione. Il Corriere della Sera ha raccontato di un raduno spontaneo diventato una ronda non autorizzata e ha riferito delle aggressioni ai danni di due cittadini stranieri. Anche il Giorno ha utilizzato il termine “ronde nere” nel titolo, raccontando di persone che avrebbero individuato e indicato presunti soggetti legati allo spaccio. Ma lo stesso Corriere, nella cronaca successiva, ha raccolto anche la voce dei residenti che respingono l’etichetta di “ronda” e quella di razzismo, raccontando un corteo nel quale sono state coinvolte anche famiglie di origine straniera e durante il quale sono state rivolte richieste di maggiore sicurezza. È una distinzione importante. Perché una cosa è raccontare e verificare gli episodi di violenza avvenuti in questi giorni; altra cosa è attribuire automaticamente alla totalità dei partecipanti, o alla città nel suo complesso, un’identità politica o razziale.

La città non vuole essere identificata con gli episodi di violenza

È questo il punto che emerge dalla lettera di Cariello. Rozzano non nega il problema della sicurezza. Al contrario: lo mette al centro. Il messaggio è: la paura esiste, la richiesta di sicurezza è reale, ma questo non significa che Rozzano sia una città razzista o che i suoi cittadini vogliano farsi giustizia da soli. La realtà, del resto, è più complessa dei titoli. In piazza sono scese persone esasperate dalla presenza di fenomeni di spaccio e dal timore per la sicurezza propria e dei familiari. Ma negli stessi giorni si sono verificati pestaggi e aggressioni che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. E proprio il sindaco e l’assessore alla Polizia locale sono intervenuti personalmente per riportare la calma. L’amministrazione ha quindi assunto una posizione doppia ma netta: riconoscere il problema della sicurezza e, nello stesso tempo, respingere qualsiasi forma di giustizia privata. Non è un dettaglio. Perché la richiesta di sicurezza dei cittadini e il monopolio delle istituzioni nell’uso della forza non sono necessariamente due esigenze contrapposte. Possono, e devono, convivere.

La sicurezza passa anche dagli strumenti delle istituzioni

Nel frattempo, il Comune sta mettendo in campo nuovi strumenti. Proprio il 16 settembre è stata annunciata la nuova control room della Polizia locale: il progetto prevede 430 nuove telecamere, distribuite in 110 punti di monitoraggio, e 56 lettori di targhe agli accessi della città. Il sindaco Ferretti ha inoltre ribadito la necessità di rafforzare la presenza delle forze dell’ordine e ha indicato il confronto con la Prefettura come uno dei percorsi per affrontare l’emergenza sicurezza. La questione, dunque, non è se a Rozzano esista o meno un problema di sicurezza. Gli episodi delle ultime giornate dimostrano che la tensione è concreta e che sono necessari accertamenti e risposte istituzionali. La questione è anche un’altra: come raccontare una città senza confondere la rabbia di una parte dei suoi abitanti con l’identità dell’intera comunità.

«Siamo con voi»

C’è un’immagine raccontata dagli stessi protagonisti che forse restituisce meglio di altre questa contraddizione. Durante uno dei cortei, davanti alle forze dell’ordine schierate nel quartiere, i cittadini hanno applaudito polizia locale e carabinieri, gridando «Siamo con voi». Anche l’assessore Domenico Anselmo ha sottolineato questo episodio, spiegando di comprendere l’esasperazione dei residenti e riferendo che l’obiettivo dichiarato era quello di presidiare il territorio. Allo stesso tempo, però, l’amministrazione ha continuato a mettere un limite preciso: nessuna ronda, nessuna violenza privata, nessuna sostituzione delle istituzioni. È probabilmente dentro questa contraddizione che va cercata la vera fotografia di Rozzano oggi.

Una città preoccupata, arrabbiata e che chiede sicurezza. Una città nella quale sono avvenuti episodi di violenza che dovranno essere accertati dalla magistratura e dalle forze dell’ordine. Ma anche una città che non può essere ridotta, per questo, alle immagini più estreme delle ultime notti. E la lettera di Cariello, in fondo, chiede proprio questo: distinguere la richiesta di sicurezza dal razzismo, la paura dalla violenza, il presidio dalla ronda, la protesta dei cittadini dalla giustizia privata. Rozzano non vuole essere raccontata come una città contro qualcuno. Vuole essere raccontata come una città che chiede di poter vivere senza paura. E, soprattutto, vuole che a garantire quella sicurezza siano le istituzioni.

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