HomeBuccinascoBuccinasco Cronaca‘Ndrangheta: la Cassazione scrive la parola fine sul processo Cerberus

‘Ndrangheta: la Cassazione scrive la parola fine sul processo Cerberus

Depositate le motivazioni che rendono definitive le condanne di Salvatore Barbaro e Mario Miceli, nomi della “Calabria bene” crescita sulle strade di Buccinasco, e di Maurizio Luraghi, imprenditore colluso con la criminalità organizzata

La Cassazione ha scritto la parola fine al processo Cerberus, uno dei più importanti contro le ‘ndrine calabresi trapiantate a Buccinasco, quello che ha dimostrato inconfutabilmente il legame che i clan avevano con l’imprenditoria locale. Un processo durato più di dieci anni, tra condanne e assoluzioni, ricorsi e controricorsi.

Condanne definitive

Ieri la seconda sezione penale della Corte di Cassazione, finalmente, ha depositato le motivazioni che rendono definitive le condanne di Salvatore Barbaro e Mario Miceli, nomi della “Calabria bene” crescita sulle strade di Buccinasco, e di Maurizio Luraghi, milanese di Rho, indicato proprio come uno degli imprenditori ombra del gruppo Barbaro. Non è l’unico, ma è uno dei pochi che è stato individuato e condannato. In città ce ne sarebbero altri su cui si vocifera, ma ancora non esistono prove che li leghino indissolubilmente ai clan.

Arresi alla criminalità

Infatti, i giudici togati, nelle motivazioni della sentenza, hanno fatto precisi riferimenti a una “realtà sociale, dove anche l’imprenditoria pulita si è arresa alle leggi della criminalità organizzata. E a volte ne ha pure tratto vantaggio”. Una specie di cazzotto in faccia a tutti coloro che hanno vissuto e vivono borderline sfruttando situazioni ambigue o approfittando di regole dalle molte interpretazioni.

Il via vai

Le condanne confermate ieri, per due volte erano state annullate dalla stessa Cassazione. Prima nel 2012,  poi nel 2015, in entrambi i casi gli atti erano stati rispediti alla Corte di Appello di Milano. Che non si era fatta pregare e aveva condannato per la terza volta gli imputati: nove anni a Barbaro, sei a Miceli, quattro a Luraghi, tutti accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Eredità raccolta

Così, per la terza volta, i condannati avevano presentato ricorso in Cassazione. È stata l’ultima, non avranno altre possibilità di evitare una lunga permanenza in carcere. Infatti, questa volta il ricorso è stato respinto e ieri sono state pubblicate le motivazioni. Su Salvatore Barbaro, i giudici hanno scritto: “non è solo il genero di Rocco Papalia, il boss più vecchio e celebre della ‘ndrangheta del sud Milano, ma si è giovato tout court della fama criminale della cosca Papalia raccogliendone l’eredità, confermandone le metodiche nella gestione del settore del movimento terra”.

“Diffusa soggezione”

Rispetto al passato, secondo la Cassazione, le cose non sono cambiate molto: i «vecchi» continuano a comandare anche dal carcere, quelli fuori proseguono nell’opera. I giudici parlano anche della «diffusa soggezione» che si respirava a Buccinasco, e della « reticenza» dei testimoni. Poi mettono il mirino sugli “ imprenditori della zona grigia,  i che trovano comodo e conveniente fare affari con i clan”. Come Maurizio Luraghi,  e come altri “perfettamente consapevoli che il percorso imprenditoriale dei Barbaro era costellato di attentati, minacce e intimidazioni”.  

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