
Quarantanove anni dopo il suo arresto, Domenico “Micu” Papalia ha lasciato il carcere. L’81enne boss della ‘ndrangheta, detenuto ininterrottamente dal 1977 e considerato uno dei mafiosi più longevi del sistema penitenziario italiano, è stato scarcerato dal penitenziario di Parma dopo che il Tribunale di Sorveglianza gli ha concesso gli arresti domiciliari per le gravi condizioni di salute. Affetto da un carcinoma e da tempo in condizioni cliniche compromesse, è stato accompagnato fuori dal carcere in ambulanza per proseguire le cure. Tornerà nella sua abitazione di Corsico.
Da Platì a Buccinasco: la nascita del potere mafioso nel Milanese
La storia di Micu Papalia coincide con quella dell’espansione della ‘ndrangheta in Lombardia. Nato il 18 aprile 1945 a Platì, nel cuore dell’Aspromonte reggino, appartiene a una delle famiglie storicamente legate ai Barbaro, uno dei casati più potenti della criminalità organizzata calabrese. Negli anni Sessanta, insieme ai fratelli Antonio e Rocco Papalia, segue il grande flusso migratorio verso il Nord. Mentre Antonio e Rocco si stabiliscono stabilmente a Buccinasco, allora ancora un territorio agricolo alle porte di Milano, Domenico mantiene formalmente la residenza a Roma ma diventa rapidamente il punto di riferimento dell’organizzazione mafiosa che sta mettendo radici nel Sud Ovest milanese. Secondo numerose sentenze e ricostruzioni investigative, proprio da Buccinasco prende forma uno dei più solidi insediamenti della ‘ndrangheta fuori dalla Calabria, capace negli anni di infiltrarsi nell’edilizia, negli appalti, nel traffico di droga, nei sequestri di persona e nel riciclaggio.
Tre ergastoli e decine di anni al vertice della cosca
Papalia entra in carcere nel 1977 con una condanna all’ergastolo per l’omicidio del boss romano Antonio D’Agostino. Quella sentenza verrà però clamorosamente ribaltata nel 2017, quando la Corte d’Assise d’Appello di Perugia lo assolverà con formula piena “per non aver commesso il fatto”, riconoscendo un errore giudiziario. L’assoluzione, tuttavia, non cambia il suo destino. Nel frattempo erano infatti diventate definitive altre due condanne all’ergastolo.
La prima riguarda il ruolo di mandante dell’omicidio di Umberto Mormile, l’educatore del carcere di Opera assassinato l’11 aprile 1990 a Carpiano. Un delitto rivendicato dalla misteriosa sigla Falange Armata e che ancora oggi rappresenta uno dei casi più inquietanti della storia criminale italiana per i possibili collegamenti tra mafia, apparati deviati dello Stato e sistema carcerario. La seconda condanna arriva dall’operazione Nord-Sud del 1993: secondo la magistratura fu il mandante dell’omicidio dell’avvocato Pietro Labate, ucciso a Milano nel 1983. Papalia ha sempre respinto entrambe le accuse.
Il “capo dei capi” della Lombardia
Per investigatori e Direzione distrettuale antimafia, Domenico Papalia è stato per decenni molto più di un semplice boss. Numerose sentenze lo descrivono come una delle figure più autorevoli dell’intera organizzazione mafiosa calabrese, capace di mantenere il controllo della cosca anche durante la lunga detenzione. Secondo le ricostruzioni investigative, mentre lui era in carcere, i fratelli Antonio e Rocco continuavano a gestire gli affari del clan nel Sud Ovest milanese, mantenendo Buccinasco come uno dei principali centri decisionali della ‘ndrangheta al Nord. Non a caso, ancora oggi il cognome Papalia continua a rappresentare uno dei simboli della presenza mafiosa nel Milanese.
Il dramma personale e la lunga detenzione
Dietro il profilo criminale si intreccia anche una vicenda familiare segnata da un profondo dolore. La notte di Capodanno del 1993 il figlio Pasqualino, appena diciannovenne, venne ucciso a Platì da un proiettile vagante durante i festeggiamenti. Dal carcere, Papalia autorizzò la donazione degli organi del ragazzo. Negli anni di detenzione, entrato in carcere analfabeta, conseguì il diploma, frequentò corsi universitari, lavorò nei laboratori promossi dall’associazione Nessuno tocchi Caino e aderì al Partito Radicale. Proprio Radicali e associazioni impegnate sul tema dei diritti dei detenuti hanno più volte chiesto la sua scarcerazione per motivi umanitari.
La malattia e la decisione del Tribunale
Negli ultimi anni le condizioni di salute si sono aggravate a causa di un carcinoma. Dopo numerose richieste respinte, il Tribunale di Sorveglianza ha ora disposto il differimento della pena concedendogli gli arresti domiciliari per consentirgli di proseguire le cure fuori dal carcere. Si chiude così una delle detenzioni più lunghe della storia repubblicana.
Una scarcerazione destinata a far discutere
La liberazione di Micu Papalia è destinata ad alimentare il dibattito non soltanto sul piano giuridico, ma anche su quello simbolico. Per decenni il suo nome è stato associato alla costruzione del potere della ‘ndrangheta nel Sud Ovest milanese e, in particolare, a Buccinasco, territorio indicato da numerose inchieste come uno dei principali punti di riferimento delle cosche calabresi fuori dalla regione d’origine.
La scarcerazione arriva mentre magistratura e forze dell’ordine continuano a ribadire che la presenza della criminalità organizzata nel Milanese non appartiene al passato, ma si è evoluta, privilegiando l’infiltrazione nell’economia legale, negli appalti e nelle attività imprenditoriali. Per questo motivo, il ritorno ai domiciliari di una figura che per decenni è stata considerata uno dei principali punti di riferimento della ‘ndrangheta rappresenta un passaggio destinato a essere seguito con particolare attenzione anche e, soprattutto, a Corsico e Buccinasco.














[…] considerato per decenni uno dei capi più influenti della criminalità organizzata al Nord (leggi qui). Il Tribunale di Sorveglianza di Parma gli ha concessogli arresti domiciliari a causa delle […]