
«Devi firmare, devi firmare». È il grido che ieri mattina ha accompagnato il confronto tra la proprietà di BCS e i sindacati. Una protesta arrivata fin sotto le finestre degli uffici della sede di Abbiategrasso, dove era in corso l’incontro sul futuro del gruppo che ha stabilimenti anche a Cusago e Luzzara e che dà lavoro a oltre 400 persone. Dopo il clamoroso dietrofront del gruppo Fulchir, che il 22 settembre ha ritirato la proposta di acquisizione facendo saltare il piano di rilancio, per BCS non è ancora arrivata la soluzione capace di mettere in sicurezza l’azienda e i suoi lavoratori. E ieri, invece della svolta attesa, è arrivato un nuovo scontro.
L’amministrazione controllata resta in bilico
Non è ancora deciso se i vertici del Gruppo BCS firmeranno la richiesta di amministrazione controllata. La decisione era attesa ieri, ma è stata rinviata a metà ottobre. A quel punto dovranno riunirsi i sindaci revisori, che potrebbero valutare l’amministrazione controllata come alternativa al fallimento. Una prospettiva che rende ancora più pesante l’attesa per i lavoratori. La proprietà, durante il confronto con le organizzazioni sindacali, avrebbe prospettato una «nuova ripartenza», sostenendo di poter contare su una disponibilità finanziaria collegata a una causa vinta in ambito familiare. Una prospettiva che non ha convinto i sindacati.
I sindacati: «Un atto scellerato»
Le organizzazioni dei lavoratori hanno reagito duramente a quanto prospettato dall’azienda, definendo «atto scellerato» la soluzione illustrata dalla proprietà. Sul tavolo non c’è soltanto una questione societaria. Dietro la crisi di BCS ci sono centinaia di lavoratori e altrettante famiglie che da mesi vivono nell’incertezza. Durante il presidio di ieri, la rabbia è esplosa proprio per questo motivo: mutui, affitti, bollette e spese quotidiane sono diventati un problema concreto per chi teme di perdere il proprio posto di lavoro. Mentre dentro gli uffici si discuteva del futuro dell’azienda, fuori i lavoratori hanno presidiato gli ingressi e poi si sono spostati sotto le finestre della sede. Il messaggio rivolto al titolare Fabrizio Castoldi è stato inequivocabile: «Devi firmare, devi firmare» riferito all’amministrazione controllata
Il naufragio di Fulchir ha fatto ripiombare BCS nell’incertezza
Soltanto poche settimane fa sembrava essersi aperta una strada diversa. L’11 settembre era stata annunciata l’operazione con il gruppo Fulchir, che prevedeva l’ingresso nel capitale di BCS attraverso una newco, l’affitto del ramo operativo e il successivo rilevamento della maggioranza della società. Nel progetto erano coinvolti i marchi BCS, Ferrari, Pasquali e Mosa. Il piano avrebbe dovuto portare nelle casse dell’azienda tra 5 e 10 milioni di euro di capitale, oltre a nuove linee di credito, e prevedeva una procedura di concordato in continuità. L’obiettivo era far ripartire la produzione già a ottobre e recuperare progressivamente i livelli occupazionali entro l’inizio del 2028 attraverso la CIGS.
Ma la speranza è durata appena undici giorni. Il 22 settembre Fulchir ha annunciato il ritiro dell’offerta, spiegando che gli approfondimenti effettuati dopo l’annuncio dell’operazione avevano fatto emergere criticità ritenute più gravi rispetto a quelle inizialmente valutate. Tra i problemi indicati dal gruppo c’erano il deterioramento della struttura produttiva, le difficoltà nella disponibilità dei componenti, la discontinuità delle forniture e la dipendenza da alcuni fornitori strategici.
Ora il tempo stringe
Il fallimento dell’accordo con Fulchir ha riportato BCS al punto di partenza. I lavoratori e i sindacati chiedono una soluzione rapida e, nelle settimane scorse, avevano sollecitato anche l’intervento delle istituzioni e la nomina di un commissario. Ora l’attenzione è concentrata sulla decisione che dovrà arrivare a metà ottobre. Da una parte la proprietà parla di una possibile «nuova ripartenza» e di risorse finanziarie che potrebbero consentire di guardare avanti. Dall’altra i sindacati non sembrano intenzionati a fare passi indietro e chiedono garanzie concrete per l’azienda e soprattutto per i lavoratori. Nel mezzo ci sono oltre 400 persone che aspettano di sapere quale sarà il destino della BCS. E dopo il naufragio dell’ultima possibilità di acquisizione, il margine per una nuova attesa appare sempre più stretto.














