
La vicenda di un settantenne residente nella provincia spezzina, deceduto dopo esser stato operato all’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, si è conclusa con una sentenza che individua responsabilità nei confronti della struttura sanitaria lombarda. Secondo quanto deciso dal Tribunale civile della Spezia, l’uomo avrebbe contratto una grave infezione – causata dal batterio killer Klebsiella pneumoniae – durante il ricovero in clinica, una complicanza che lo ha portato alla morte.
I fatti risalgono all’estate di cinque anni fa, quando l’anziano, già affetto da carcinoma, fu ricoverato presso la Humanitas per un intervento chirurgico che pareva avere avuto esito regolare. Dopo la dimissione, subì un ulteriore ricovero per medicazioni complesse. In seguito, le sue condizioni peggiorarono drasticamente, rendendo necessario il trasferimento all’ospedale Sant’Andrea della Spezia, dove gli fu diagnosticata una sepsi causata dal batterio Klebsiella pneumoniae. Dopo una lunga degenza in terapia antibiotica e un successivo periodo trascorso in un reparto di lungodegenza, l’uomo morì.
I familiari – assistiti dall’avvocato Andrea Frau – si rivolsero prima all’ASL e alla clinica, poi presentarono una causa civile presso il tribunale spezzino chiedendo di accertare le responsabilità mediche connesse alla grave infezione. Il giudice Adriana Gherardi ha accolto la richiesta, incaricando un collegio peritale di esaminare dettagliatamente la vicenda. Gli esperti hanno concluso che l’infezione fosse verosimilmente correlata al ricovero presso la struttura di Rozzano e non a un evento esterno, evidenziando che la possibilità di contrazione del batterio avrebbe potuto verificarsi in diverse fasi della degenza ospedaliera, indipendentemente dalla correttezza delle procedure operatorie.
Nel dispositivo della sentenza si legge che “la contrazione della grave infezione da Klebsiella pneumoniae durante il ricovero presso l’Istituto Clinico Humanitas di Milano lo ha sostanzialmente condotto al decesso”. Sulla base di tali accertamenti, il tribunale ha condannato la società che gestisce la clinica al pagamento di circa 146mila euro alla figlia del paziente e oltre 208mila euro alla compagna, oltre alle spese legali.










