
Adesso è tutto chiaro. I furti messi a segno ai primi di febbraio 2026 in alcuni importanti esercizi commerciali di Trezzano erano soltanto la punta di un iceberg, una parte di un’attività criminale ben più estesa, che avrebbe fruttato complessivamente circa un milione di euro. Dietro quei colpi ci sarebbe stata una banda organizzata, composta da cinque persone e sospettata di aver commesso almeno trenta furti tra la fine del 2025 e la prima metà del 2026, in diversi comuni della Lombardia, compreso quindi Trezzano, e del Veneto. L’indagine della Polizia di Stato ha portato all’arresto di quattro presunti componenti del gruppo, mentre il quinto, un uomo di 38 anni di nazionalità kosovara, risulta in fuga e potrebbe trovarsi all’estero. In carcere sono finiti due albanesi di 30 e 36 anni e due italiani di 47 e 56 anni. Gli arresti sono il risultato delle indagini che hanno permesso di collegare episodi apparentemente distinti e di ricostruire progressivamente il presunto modus operandi della banda.
Le indagini partite dai colpi e dagli inseguimenti
Per comprendere come gli investigatori siano arrivati a individuare i presunti responsabili, bisogna tornare a un episodio avvenuto a Milano. Gli agenti avevano sorpreso alcuni uomini mentre stavano forzando un negozio. Alla vista della Polizia, i sospettati si erano dati alla fuga a bordo di un’Alfa Romeo Stelvio risultata rubata. Ne era nato un inseguimento con le volanti, durante il quale i fuggitivi avevano abbandonato l’automobile e proseguito la fuga a piedi, riuscendo inizialmente a far perdere le proprie tracce. Sembrava che il gruppo fosse riuscito a sottrarsi ai controlli, ma proprio quella vettura avrebbe fornito agli investigatori uno degli elementi più importanti per dare una svolta all’inchiesta. All’interno dell’Alfa Romeo, infatti, i poliziotti avevano trovato un telefono cellulare. Un dispositivo che era una sorta di archivio degli spostamenti del gruppo. Attraverso gli accertamenti sui dati disponibili, gli investigatori sono riusciti a collocare gli indagati in prossimità di numerosi luoghi in cui erano stati commessi furti. Le ricostruzioni hanno consentito di collegare i sospettati a una trentina di episodi, arrivando fino al 13 dicembre 2025. È da quella data che emerge uno degli episodi più significativi dell’intera indagine.
La cassaforte smurata in una casa di via Piranesi
Quella notte, in un’abitazione di via Piranesi, a Milano, era stato commesso un furto che aveva fruttato gioielli per un valore stimato di circa 40mila euro. In casa si trovava l’anziana madre disabile della proprietaria, ma i ladri sarebbero riusciti ad agire senza che la donna si accorgesse di quanto stava accadendo. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, uno dei presunti autori era un operaio edile albanese che aveva lavorato per circa due settimane all’interno dell’abitazione. Conosceva dunque la casa e i suoi ambienti. La notte del furto sarebbe tornato nell’appartamento insieme a due complici e, una volta all’interno, il gruppo avrebbe smurato la cassaforte, impossessandosi dei preziosi. Un dettaglio si è rivelato particolarmente importante: la proprietaria conosceva il nome dell’operaio che aveva effettuato i lavori. Un elemento che ha offerto agli investigatori un primo possibile collegamento tra il furto e una persona identificabile. A rafforzare il quadro investigativo sono poi arrivati i risultati delle analisi sulle tracce biologiche recuperate nell’automobile utilizzata dal gruppo. Gli accertamenti hanno contribuito all’identificazione dei presunti componenti della banda.
Auto rubate, targhe contraffatte e telefoni spenti durante i colpi
Con il progredire dell’inchiesta, la Polizia ha ricostruito un sistema operativo che, secondo gli investigatori, consentiva al gruppo di spostarsi rapidamente e di rendere più difficile l’identificazione dei responsabili. La banda utilizzava automobili di grossa cilindrata rubate, sulle quali venivano montate targhe contraffatte oppure rubate a loro volta. Oltre all’Alfa Romeo Stelvio, gli investigatori hanno individuato una Mercedes impiegata per altri furti. Anche su questa vettura è stato possibile installare un dispositivo GPS, così da seguire gli spostamenti e raccogliere ulteriori elementi utili alle indagini. I colpi, secondo la ricostruzione investigativa, non sarebbero stati improvvisati. Prima delle effrazioni venivano effettuati sopralluoghi per osservare i luoghi e preparare le azioni. Durante i furti, i componenti del gruppo spegnevano i telefoni cellulari, nel tentativo di ridurre le possibilità di essere localizzati attraverso i dispositivi. Per entrare negli edifici e negli esercizi commerciali venivano utilizzati attrezzi da effrazione. Il gruppo disponeva inoltre di jammer, apparecchi in grado di disturbare le frequenze radio e potenzialmente ostacolare alcune comunicazioni o sistemi di trasmissione. La strategia, tuttavia, presentava un punto debole: gli stessi telefoni venivano utilizzati anche come navigatori per raggiungere le destinazioni. Un’abitudine che avrebbe lasciato tracce digitali preziose, permettendo agli investigatori di ricostruire itinerari e spostamenti e di confrontarli con le date e i luoghi dei furti.
Quattro arresti tra Milano, Monza e Santhià
Quando il quadro investigativo è diventato sufficientemente definito, sono scattate le misure cautelari. Uno dei quattro arrestati, un italiano di 47 o 56 anni tra quelli raggiunti dai provvedimenti, era già sottoposto all’obbligo di firma quotidiana presso la polizia giudiziaria, dopo essere stato sorpreso in flagranza a Calco, in provincia di Lecco, mentre stava spaccando la vetrina di una farmacia. Proprio lui è stato il primo a finire nel carcere di San Vittore. Gli altri arresti sono stati eseguiti a Milano, Monza e Santhià, in provincia di Vercelli. Nel frattempo, il quinto presunto componente del gruppo, il 38enne kosovaro, sarebbe riuscito a lasciare il territorio italiano o comunque a sottrarsi alla cattura; secondo le informazioni disponibili, potrebbe trovarsi all’estero.
Trezzano, tappa di un’inchiesta più ampia
I furti commessi ai primi di febbraio a Trezzano (solo alcuni degli almeno 30 attribuiti alla banda) si inseriscono dunque in un’indagine che ha assunto dimensioni ben più vaste rispetto ai singoli episodi iniziali. La ricostruzione degli investigatori descrive un gruppo che avrebbe preso di mira sia abitazioni private sia attività commerciali. Il valore complessivo della refurtiva è stato stimato in circa un milione di euro, una cifra che restituisce la portata economica dei colpi contestati alla banda. A rendere possibile la ricostruzione non è stato un singolo indizio, ma l’incrocio di più elementi: il telefono trovato nell’auto rubata, le tracce biologiche, i dati di geolocalizzazione, il monitoraggio dei veicoli e le informazioni raccolte durante le indagini. Per Trezzano, gli arresti rappresentano un importante sviluppo investigativo sui furti che avevano colpito gli esercizi commerciali del territorio (l’elenco delle vittime non è stato reso noto). Resta ora da definire, nelle successive fasi giudiziarie, la posizione dei singoli indagati e le eventuali responsabilità per ciascun furto contestato.














