HomeBuccinascoBuccinasco Cronaca'Ndrangheta: chiuso il bar della moglie di Rocco Papalia

‘Ndrangheta: chiuso il bar della moglie di Rocco Papalia

Nel locale, che si trova in via Lodovico il Moro, sul Naviglio Pavese, lavora anche la figlia Serafina Papalia, sposata con Salvatore Barbaro, altro presunto esponente del clan Barbaro-Papalia

La Prefettura di Milano con un provvedimento sottoscritto in base alla legislazione antimafia ha disposto la chiusura del bar di proprietà di Adriana Feletti, moglie del boss Rocco Papalia, il cosiddetto ‘padrino’ di Buccinasco. Nel bar, che si trova in via Lodovico il Moro 159, zona sud ovest milanese, vicino al Naviglio Pavese, lavora anche la figlia Serafina Papalia, sposata con Salvatore Barbaro, altro presunto esponente del clan Barbaro-Papalia.

L’omicidio

Da anni il binomio Barbaro – Papalia è considerato uno dei più importanti sodalizi malavitosi della ‘ndrangheta al nord i cui interessi spaziano dal traffico internazionale di sostanze stupefacenti all’estorsione, alla corruzione. Lo stesso Rocco Papalia ha trascorso in carcere gli ultimi 26 anni della sua vita perché condannato per un omicidio commesso negli anni ’80. Era stato  scarcerato nel maggio 2017 e da allora, invece di ritirarsi e tentare di farsi dimenticare, è al centro di continue vicende giudiziarie e amministrative.

Ricorso al Tar

Nei giorni scorsi, Papalia chiamato a evitare il trasferimento in una casa lavoro davanti alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale milanese aveva sostenuto di “vivere con quello che guadagna la moglie, proprietaria di un negozietto a Milano”, ossia il bar “’Pancaffe”. Che cosa farà ora il vecchio boss?  Dove prenderà le risorse per vivere? Innanzitutto può ricorrere al Tar, il tribunale amministrativo regionale e impugnare il provvedimento della Prefettura.

Sotto i riflettori

Qualche tempo fa si era recato in Comune e aveva chiesto la restituzione del cortile della casa di via Nearco dove abita, assegnato dopo la confisca a una cooperativa che si occupa di minori richiedenti asilo. Altro che farsi dimenticare. La richiesta ha di fatto acceso i riflettori su di lui, riflettori che non si sono mai più spenti.

La casa lavoro

La Procura milanese, come scritto, di recente ha chiesto che sia rinchiuso in una ‘casa di lavoro’ come misura di sicurezza detentiva perché per lui non basta il regime di libertà vigilata. Il boss, durante l’udienza tenutasi davanti al giudice del tribunale di sorveglianza di Milano ha accusato: “La  casa di lavoro  è un carcere, io dico che la Procura mi vuole morto, anzi la Procura di Milano mi vuole morto”, Il pm Adriana Blasco, per risposta  ha chiesto la trasmissione di quella parte del verbale al procuratore capo Francesco Greco per “eventuali valutazioni”.

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