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Giovedì, 23 Luglio 2020 10:29
Cervelli in fuga

Martina Guidetti: “Amo il mio Paese, ma per realizzare i miei sogni sono venuta negli Stati Uniti”

La 28enne trezzanese da quattro anni vive negli Usa dove ha partecipato a un’importante ricerca sulla individuazione non invasiva dei tumori alla prostata e al seno

Nella foto il gruppo di studio made in Usa e, nel riquadro, un primo piano della trezzanese Martina Guidetti Nella foto il gruppo di studio made in Usa e, nel riquadro, un primo piano della trezzanese Martina Guidetti

Per 20 anni ha vissuto a Trezzano (la sua casa si affaccia sul ponte gobbo che attraversa il Naviglio), poi, per realizzare i suoi sogni si è trasferita negli Stati Uniti. A Chicago precisamente, dove ha partecipato a una ricerca scientifica che, se confermerà i risultati, potrebbe rivoluzionare la diagnostica dei tumori alla prostata e al seno.

Si chiama Martina Guidetti, ha soli 28 anni (festeggerà il compleanno il prossimo primo agosto). Nonostante la giovane età, ha due lauree (una italiana conseguita al Politecnico, l’altra ottenuta negli Usa) in ingegneria biomedica, oltre a un Phd, un dottorato di ricerca medica effettuato alla Uic di Chicago, e un post dottorato svolto all’interno dell’ospedale Rush della stessa città. Una specie di genio.

Figlia di un ingegnere meccanico, con la madre, Rosa Sollazzo, laureata in lingue, Martina ha pubblicato innumerevoli studi scientifici, e tra qualche mese dovrebbe ottenere la Green card, il permesso di soggiorno permanente, indispensabile per vivere in terra americana. L’ennesimo cervello in fuga? Si direbbe proprio di sì. Anche se è stato lo stesso Politecnico di Milano a offrirle l’opportunità di trasferirsi negli Usa, opportunità riservata a tutti gli studenti meritevoli. Lei ha scelto di seguire le sue aspirazioni.

La ricerca cui ha partecipato (diretta dal prof Thomas Royston della Uic) riguarda l’implementazione della risonanza magnetica nell’individuazione dei tumori alla prostata e al seno senza biopsia. Si tratta di uno studio importante. Se i dati confermeranno le ipotesi sulle quali il gruppo di ricercatori ha lavorato, potrebbero essere applicati immediatamente nella realizzazione di apparecchiature di risonanza magnetica ancora più sofisticate delle attuali. pocketnwews.it l’ha intervistata.

Come nasce la sua esperienza made in Usa?
“Nasce da un programma di doppia laurea offerta dal Politecnico di Milano con università straniere tra cui University of Illinois at Chicago (Uic) che permette agli studenti di seguire nuovi corsi non offerti in Italia, lavorare in ambiti di ricerca all’avanguardia mentre migliorano la loro conoscenza della lingua inglese e di una diversa cultura. L’esperienza alla Uic ha consentito a diversi studenti che hanno partecipato al programma, me inclusa, di appassionarsi alla ricerca e di applicare le conoscenze ingegneristiche teoriche imparate al Politecnico di Milano alle tecnologie avanzate presenti alla Uic”.

Nello specifico in cosa consiste la vostra ricerca?
“Punta al miglioramento di una tecnica diagnostica avanzata ancora in fase di sperimentazione: elastografia a risonanza magnetica (Mre), che in Italia viene spesso chiamata Elasto-Rm. Questa ricerca coinvolge sia la diagnostica per immagini che principi di acustica per quanto riguarda lo studio della propagazione di onde nei tessuti. È una tecnica non invasiva che una volta entrata in ambito clinico potrebbe ridurre il numero di procedure di agoaspirazione, evitare biopsie non necessarie e limitare il numero di prelievi bioptici a ristrette aree sospette. Le applicazioni principali si possono trovare nella diagnosi e grading di fibrosi epatica e nell’identificazione di tumori al seno e alla prostata e della loro natura di tipo benigno o maligno".

Come è stato il suo impatto con la "ricerca" americana?
“Ho avuto la fortuna di incontrare un gruppo di lavoro molto accogliente e un professore, Thomas Royston, di una bontà umana molto rara che mi ha incoraggiato e sempre sostenuto. Questo aspetto è stato un elemento importante nella mia scelta di continuare la ricerca nel suo laboratorio con un PhD. In questi 3 anni di dottorato ho avuto l’opportunità di conoscere molti esperti a livello mondiale in questo campo ed ampliare le mie conoscenze tecniche che mi hanno permesso di ottenere risultati interessanti e di pubblicare 5 articoli scientifici a riguardo con altri 2 ancora in fase di preparazione”.

Professionalmente, che tipo di esperienza è?
“Fantastica. Nel primo anno di dottorato ho avuto la possibilità di partecipare a un concorso per una borsa di studio per ricerca traslazionale (Ccts Pre-doctoral Education for Clinical and Translational Sciences fellowship) e l’ho vinto, ricevendo supporto economico e alla ricerca per l’intero anno successivo. Un’altra esperienza fantastica è stata relativa all’insegnamento. Fin dal primo anno di dottorato il mio Professore mi ha dato l’opportunità di affiancarlo nell’insegnamento di un corso di ingegneria biomedica. Insegnare a studenti americani mi ha fatto imparare moltissime cose e mi ha aiutato a conoscere molte persone del luogo. Ho anche ricevuto tanta soddisfazione dagli studenti che alla fine del primo anno mi hanno eletta migliore insegnante dell’anno nel dipartimento”.

E personalmente?
"Gli anni vissuti a Chicago sono stati per me anche un’esperienza di vita determinante per la mia crescita come individuo. Ho conosciuto persone provenienti da tutto il mondo e ho imparato ad apprezzare aspetti di culture e tradizioni diverse dalla nostra. Essendo immersa nella società americana in tutti i suoi aspetti, ho imparato molte cose della loro economia e ne ho quindi capito gli aspetti positivi ma anche quelli negativi".

Confronti con l’Italia?
"Ho sempre tenuto presente la cultura, le tradizioni e il sistema economico italiano come termine di paragone, guardando tutto quello che mi circondava con un occhio critico. Ciò mi ha permesso di capire quanto l’Italia potrebbe veramente primeggiare su tutto, letteralmente tutto, dal cibo, all’assistenza sanitaria, alla gestione economica, al turismo, ai paesaggi e di concludere che il nostro unico grande difetto è la modestia. Siamo tremendamente modesti e autocritici e tendiamo a vedere noi stessi a un livello inferiore agli altri, trovando in ciò anche una scusa per non migliorare, continuando a farci guidare ai piani alti da una massa di politici tremendamente ignoranti”.

Si considera un cervello in fuga?
“Certo, mi considero un cervello in fuga perché in Italia non ho mai ricevuto soddisfazione per il grande impegno che ho profuso nello studio, ma neanche un piccolo spiraglio per una crescita o un miglioramento futuro. In Italia sappiamo solamente adattarci o meglio accontentarci e farci scivolare sopra qualsiasi cosa.  Dentro di me ho sempre la speranza di poter tornare in futuro e cambiare qualcosa o comunque portare in Italia quella che è stata la mia esperienza all’estero. Spero che questo posta essere un impegno collettivo che parta dall’Italia e che la aiuti a rinascere. Invece di ostacolare e piangere la fuga di cervelli, senza neanche rendersi conto di cosa questo voglia dire, in Italia si dovrebbe favorire la formazione delle persone, incluso anche la conoscenza di cosa c’è al di fuori del Belpaese. L’Italia dovrebbe invogliare e facilitare il rientro dei cervelli e assegnare loro ruoli di guida della società così da poterla migliorare in tanti dei suoi aspetti”.

Programmi per il futuro prossimo?
“Subito dopo aver finito il PhD, sono stata contattata per un post-dottorato di ricerca dal reparto di ortopedia del Rush University Medical Center, classificato tra i migliori 1000 ospedali al mondo, e settimo in classifica negli Stati Uniti per quanto riguarda il reparto di ortopedia in particolare. Inizierò questo agosto il lavoro all’interno del loro gruppo specializzato nella ricerca su malattie congenite dell’anca. In particolare lavorerò con risonanza magnetica ma anche in ambito biomeccanico e di analisi del movimento, per poterli aiutare a migliorare le loro tecniche fisioterapiche e chirurgiche mininvasive”.

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