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Sabato, 04 Aprile 2020 10:41
L'emergenza

Parla Chiara: la mia vita in trincea nella guerra contro il Coronavirus

Il racconto di chi è in prima linea immersa nel dolore, nella sofferenza, nell’orrore, a combattere contro il Covid- 19 nei reparti dell’Humanitas

Nella foto, da sinistra, Chiara Intorcia con due infermiere impegnate nei reparti Covid 19 dell'Humanitas di Rozzano Nella foto, da sinistra, Chiara Intorcia con due infermiere impegnate nei reparti Covid 19 dell'Humanitas di Rozzano

Si chiana Chiara Intorcia, 36enne, con due figli, uno di quattro anni, una di undici. Da più di tre lustri lavora all’interno dell’Humanitas di Rozzano. Prima come ausiliaria, poi come operatrice socio sanitaria. Da oltre un mese, la sua vita familiare e professionale è stata stravolta, come quella di tutti. Solo che lei, ogni giorno è in prima linea, in una immaginaria trincea, immersa nel dolore, nella sofferenza, nell’orrore, a combattere contro il Coronavirus.

Il momento peggiore

Qual è il momento peggiore della sua giornata? “La morte di un paziente. – risponde - Muoiono da soli, soffocati, come se annegassero: non funzionano i polmoni, non funzionano gli altri organi. Si spengono nella più totale disperazione. Assistere è terribile. Ti lascia addosso uno sconforto che fa fatica ad abbandonarti. Ma non puoi fermarti perché c’è un altro malato che ha bisogno del tuo aiuto.  E allora riprendi a lottare”.

Turni massacranti

Chiara è un soldato semplice, ma senza il suo contributo e quello delle migliaia di addetti alla sanità, sarà impossibile vincere la guerra. Dopo 18 anni di lavoro affrontato con serenità, da un mese la paura è la prima sensazione che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto deve superare. Oltre a doppi turni massacranti di 12 ore in corsia durante i quali non può bere, non può andare in bagno, non può riposarsi. Ma non si lamenta. Anzi.

L'empatia

Come potrebbe, visto i contatti diretti che ha con i contagiati dal Covid – 19, malati gravi che deve assistere, ripulire, consolare. Come sta vivendo questa emergenza? Sul fronte del lavoro, l’empatia con i “suoi” pazienti è totale. Gioisce insieme a loro appena si verifica un miglioramento, soffre davanti a un peggioramento. Conforta, consola, incoraggia, rincuora oppure si deprime, si avvilisce, si scoraggia. Ma solo per un momento, perché poi riprende a lottare.

Gli affetti

Vive, da sola, con i due figli. Fa fatica, la sera, quando, finiti i suoi turni, torna a casa, a rinunciare all’abbraccio del figlio più piccolo. Ha solo quattro anni e non capisce perché la madre gli parli girando il volto dall’altra parte e che lo abbracci, e non sempre, solo dopo che si è cambiata degli abiti con cui è andata al lavoro ed è uscita dalla doccia.

Senza alternative

“Quando vado in ospedale – dice – li lascio dai miei genitori ma convivo con il terrore di infettarli”. Spera che la vestizione e svestizione raggiunga lo scopo. “Impieghiamo un quarto d’ora prima di cominciare il lavoro e un quarto d’ora dopo averlo finito. Si tratta di una procedura che dovrebbe tutelarci e anche se non lo facesse, visto i casi di contagi del personale sanitario in tutta Italia, non ho alternative”.

Le protezioni

“Sono fortunata – osserva – qui all’Humanitas hanno agito in fretta. All’inizio c’erano pazienti che non si sapeva fossero positivi e qualcuno di noi si è ammalato, ma per fortuna nessuno è morto. Appena si è scoperto che si trattava di Coronavirus, abbiamo avuto sempre a disposizione dispositivi di protezione per tutti”.

Ogni giorno un'incognita

In ospedale ci sono sette reparti Covid-19 più una quarantina di posti letto in terapia intensiva, non ci si può fermare. I  reparti sono pieni. Non c’è un attimo di pace. Il Coronavirus non assale solo gli anziani. Ci sono pazienti di tutte le età. Tra gli addetti si è innescato un circuito virtuoso: ognuno dà forza agli altri. Insieme affrontano giornate che sono un’incognita. Per tutti.

Dopo la tempesta

“Allevia la nostra fatica, la sensazione che la gente cominci ad apprezzarci, forse ha capito che valiamo qualcosa. Non siamo eroi come alcuni vorrebbero definirci, ma persone che fanno il proprio lavoro con cuore e anima e spero che rimarremo tali agli occhi di tutti, dopo che questa tempesta sarà passata”.

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