martedì - 6 Dicembre 2022
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Dopo 50 anni Madaffari chiude, sparisce un altro pezzo di storia della città

L’ultima macelleria di Cesano Boscone chiude i battenti e non rifornirà più le dispense, di cesanesi e non, di carni di altissima qualità

Nella foto da sx, Domenico e Andrea Madaffari davanti all’ingresso della loro macelleria

Il prossimo anno avrebbe celebrato i 50 anni di attività. È un pezzo di storia della città, una storia fatta di lavoro, di impegno, di tenacia. Peccato, perché non ci sarà alcuna festa. Madaffari, l’ultima macelleria di Cesano Boscone chiude i battenti e non rifornirà più le dispense di cesanesi e non, di carni di altissima qualità. È un ulteriore segnale dei tempi che stiamo vivendo, un ulteriore colpo al commercio di vicinato: uno dopo l’altro i negozi tradizionali stanno sparendo, sostituiti da un qualcosa che non sempre rispetta la storia, la qualità, le tradizioni di un territorio.

A Cesano non si diceva: “Vado in macelleria”. Si diceva: “vado da Madaffari”. Orbene, anzi or…male, da dopodomani non sarà più possibile. E tutto il dispiacere per un evento che è maturato con il tempo si legge negli occhi di Domenico II e Andrea Madaffari, padre e figlio che hanno vissuto la propria vita (tranne una dolorosa parentesi per Andrea) nel negozio di via Giuseppe Garibaldi e ne hanno certificato la fine.

Le cause? I costi ormai divenuti insostenibili, tra bollette, affitti, personale, e chi più ne ha, più ne metta. Il passaggio da una conduzione familiare a una imprenditoriale è stato fatale. Dice Andrea: “Non è il lavoro che manca. Il vero problema è che se dovessi caricare tutti i costi sui prodotti finali, dovrei venderli a prezzi immorali. E non lo ritengo giusto. Preferisco ammainare la bandiera dei Madaffari a Cesano e cercare altre soluzioni, altre iniziative professionali”.

Ridurre il personale? Impossibile visto i servizi che il negozio offre: serve un cuoco, serve un salumiere, servono altri aiutanti. E tutti hanno diritto a una retribuzione dignitosa. Rimane il rimpianto per una storia d’amore che si dissolve a causa di una realtà divenuta insostenibile.

Il clima, in via Garibaldi, oggi ha un manto di tristezza. L’opposto di quel che era nel 1973, quando tre fratelli Madaffari (Giuseppe, Domenico II – chiamato come il padre, dato per morto in guerra e poi, invece, tornato a casa sano e salvo – ed Enzo) inaugurarono la “loro” macelleria, dopo che per anni erano stati garzoni di altre realtà della macellazione. Oltre alla carne vendevano salumi e offrivano un servizio di tavola calda all’insegna della qualità e dell’accoglienza. Tutt’intorno c’erano prati: non c’era la scuola, non c’era l’ufficio postale.

Il patriarca Domenico aveva comprato il terreno e da buon meridionale aveva costruito un edificio di 4 piani, un piano per ogni figlio (il quarto era Francesco che per anni ha gestito la ferramenta adiacente la macelleria). Voleva avere la famiglia tutta unita. Il padre e i tre figli macellavano e vendevano le carni, la signora Rosina era alla cassa. Un progetto impegnativo su cui investire tutte le proprie risorse. “Mangiavamo – ricorda Domenico II – quel poco che non si vendeva”.

Piano piano i clienti aumentano e formano la base su cui costruire il successo. Poi qualche anno fa, l’inversione del trend. Sulla spinta di tendenze, non si sa se dettate dalla moda o da reali necessità, i consumi cambiano. La richiesta di carne si riduce. Si passa, quando non viene del tutto sostituita nell’alimentazione, dalla coratella al carpaccio, dallo stinco di maiale al petto di pollo, dalla testina di agnello al forno alla fesa di tacchino.

Sino a due anni fa, fratelli Madaffari hanno lavorato assieme all’interno della macelleria. Poi, per sopraggiunti limiti di età hanno passato la mano ad Andrea. Con la rinuncia al lavoro dei suoi parenti più stretti, la conduzione familiare è stata costretta a trasformarsi in impresa. Sono stati assunti dipendenti cha hanno sostituito zii, zie e familiari che sino a quel momento avevano dato una mano. È stato l’inizio della fine. Poi è esplosa la pandemia da Covid, con tutto quel che ne è derivato.

“Durante i Natali degli anni ’90 – ricorda Domenico II – vendevamo dai 100 ai 150 agnelli. Dopo le campagne degli animalisti oggi se ne vendono neanche una decina. I vecchi clienti sono rimasti fedeli ai loro consumi, i nuovi hanno altre esigenze”. Per superare l’inpasse, Andrea ha elevato ancora di più la qualità introducendo tra quelli doc italiani anche tagli di carni argentine facilmente digeribili, grazie all’unicità del sistema di allevamento delle razze bovine originarie delle Pampas. O il kobe beef da allevamenti giapponesi.

La risposta è stata positiva, purtroppo non sufficiente. Tra bollette, personale, affitto, acquisto dell’attività, i margini operativi si sono ridotti sino a sfiorare lo zero. Andrea ha provato e riprovato a far quadrare i conti. Alla fine, l’unica via d’uscita è stata quella della chiusura. “Provate a immaginare come mi sento – racconta ai suoi clienti increduli alla notizia. Il dispiacere che gli si legge negli occhi non fa altro che confermare il tormento di una scelta che non avrebbe mai voluto prendere.

 

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