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Cusago, crisi Mosa/Bcs, il tempo stringe: 500 posti di lavoro appesi alla proroga del concordato

La crisi del gruppo con stabilimenti ad Abbiategrasso e Cusago approda in Commissione Attività produttive della Regione. Tutti concordi sulla necessità di salvare l'azienda, ma restano interrogativi sul futuro e sulla ricerca di nuovi partner industriali.

bcs cusago -abbiategrasso
Solo nel 2023, l’azienda aveva una capacità produttiva di quasi 63 mila macchine/anno, quattromila delle quali costitute dai trattori, i dipendenti erano 750

Cinquecento lavoratori, decine di aziende dell’indotto e uno dei marchi storici della meccanica italiana. Sono questi i numeri che ruotano attorno alla crisi del Gruppo BCS, la storica azienda specializzata nella produzione di macchine agricole con stabilimenti ad Abbiategrasso e Cusago, finita al centro dell’audizione che si è svolta questa mattina nella Commissione Attività produttive del Consiglio regionale della Lombardia.

L’incontro, al quale hanno partecipato i vertici aziendali, le organizzazioni sindacali, le rappresentanze dei lavoratori e le istituzioni locali, è servito a fare il punto su una situazione che continua a destare forte preoccupazione. Il nodo più urgente riguarda la richiesta di proroga di 60 giorni della procedura di preconcordato. Una decisione attesa dal Tribunale e considerata fondamentale per consentire all’azienda di proseguire la ricerca di partner industriali o finanziari in grado di sostenere il rilancio del gruppo.

«L’audizione ha permesso di fare chiarezza sulla situazione aziendale», ha spiegato la vicepresidente della Commissione Attività produttive, Silvia Scurati. «È emersa la volontà condivisa di dare certezze al lavoro di un’impresa che, grazie a un marchio storico e a prodotti di eccellenza, ha grandi potenzialità e deve essere non solo risanata ma rilanciata». Secondo quanto emerso durante l’incontro, il problema principale non sarebbe legato alla capacità produttiva dell’azienda. BCS continua infatti a operare in un mercato che riconosce il valore dei suoi prodotti e dispone di commesse e competenze che molti considerano un patrimonio da preservare.

Solo nel 2023, l’azienda aveva una capacità produttiva di quasi 63 mila macchine/anno, quattromila delle quali costitute dai trattori. I dipendenti superavano le 750 unità includendo anche le sei filiali ubicate in Cina, Francia, Germania, India, Portogallo e Spagna, punti di distribuzione e assistenza cui si affiancano poi un centinaio di importatori distribuiti negli altri Paesi del Mondo fra i quali anche gli Stati Uniti e la maggior parte dei Paesi del Nord Africa”. Nella stagione 2021/2022 aveva un fatturato di circa 150 milioni di euro che nel 2022 sono poi saliti verso quota 200 milioni e che per un buon 63 per cento si legavano all’export, un volume d’affari che permetteva ogni anno di investire somme importanti, una media fra il cinque e il dieci per cento circa del fatturato, in ricerca e sviluppo, sia a livello di prodotto sia sul processo. Poi il buio

È proprio questo aspetto che ha spinto il Partito Democratico a chiedere un coinvolgimento più diretto di Regione Lombardia attraverso Finlombarda. «La crisi è finanziaria e debitoria, ma l’azienda produce ed è solida», ha sostenuto il consigliere regionale Paolo Romano. «Finlombarda dispone di risorse che potrebbero essere utilizzate per accompagnare una ristrutturazione del debito e consentire il rilancio produttivo». Una posizione condivisa anche da Simone Negri, ex sindaco di Cesano Boscone, che ha posto l’accento sulle prospettive future e sulle garanzie necessarie nel caso di ingresso di nuovi investitori.

«Bisogna capire come si è generata questa situazione debitoria e quali siano le reali condizioni del mercato. Ma soprattutto servono garanzie: non possiamo accettare che qualcuno rilevi il marchio magari con il sostegno pubblico e poi, dopo pochi anni, delocalizzi produzione e occupazione. BCS è un patrimonio del Sud Milano e tale deve rimanere». Parole che trovano eco anche nelle preoccupazioni espresse dal Movimento 5 Stelle. Secondo la consigliera regionale Paola Pizzighini, i numeri fotografano una situazione estremamente delicata: oltre 40 milioni di euro di debiti, circa 10 milioni di perdite nell’ultimo anno e una situazione finanziaria che, senza interventi rapidi, rischia di compromettere la continuità aziendale.

«L’azienda va rilanciata, non accompagnata al fallimento», ha dichiarato. «La priorità assoluta è la salvaguardia dei circa 500 posti di lavoro diretti e dell’intero indotto dell’Ovest Milanese. Regione Lombardia deve assumere un ruolo più attivo e sostenere concretamente la ricerca di una soluzione». Nonostante le diverse sfumature politiche, dalla Commissione è emersa una sostanziale convergenza: nessuno considera BCS un’azienda senza prospettive. Al contrario, tutti riconoscono il valore industriale di una realtà che da decenni rappresenta un’eccellenza del Made in Italy nel settore della meccanizzazione agricola.

La partita, tuttavia, si giocherà nelle prossime settimane. Molto dipenderà dalla decisione del Tribunale sulla proroga del preconcordato e dagli sviluppi del tavolo convocato per il 30 giugno al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Per lavoratori, famiglie e territori coinvolti il tempo sta diventando il fattore più prezioso. Perché se da un lato esistono ancora margini per costruire un percorso di rilancio, dall’altro ogni giorno che passa senza una soluzione definitiva aumenta il rischio che una crisi finanziaria si trasformi in una ferita profonda per l’economia dell’Abbiatense e del Sud Ovest milanese. E nessuno, oggi, a destra come a sinistra, sembra disposto ad accettare che un marchio storico come BCS esca di scena senza aver tentato fino in fondo ogni strada possibile per salvarlo.

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