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Venerdì, 21 Giugno 2019 11:43
Rinchiuso in una cella

Si era fatto la plastica facciale per sfuggire alla cattura il pirata della strada che aveva ucciso il ciclista

 Carlo Zacco, erede di un clan mafioso conosciutissimo a Cesano Boscone, era fuggito all'estero per far perdere le sue tracce. Rientrato in Italia è stato arrestato. L’accusa nei suoi confronti è di omicidio stradale

L'indagine dei carabinieri si è conclusa dopo un anno e mezzo di lavoro L'indagine dei carabinieri si è conclusa dopo un anno e mezzo di lavoro

Nell'archivio delle forze dell'ordine non c'erano sue fotografie. Non solo. Dopo l'incidente che aveva causato la morte di un venditore ambulante di rose era fuggito all'estero, dove, probabilmente si è sottoposto a un intervento di chirurgia plastica. Indagini difficili, quindi, quelle condotte dagli investigatori per assicurare alla giustizia un assassino. Sono servite una montagna di pazienza, tecnologie all'avanguardia e una buona dose di fortuna, ma alla fine le manette sono scattate attorno ai polsi dell'uomo.

L'erede del clan

È stato così arrestato e rinchiuso in carcere il pirata della strada che il 30 settembre del 2017 aveva investito e ucciso un 40enne di origini cingalesi che stava percorrendo a bordo della sua bicicletta la Vigevanese nel tratto che attraversa Cesano Boscone. Si tratta di Carlo Zacco, 48 anni, pluripregiudicato, erede di un clan mafioso conosciutissimo a Cesano Boscone. L’accusa nei suoi confronti è di omicidio stradale aggravato dalla fuga e omissione di soccorso. E' stato bloccato nei giorni scorsi mentre si trovava in viale Papiniano a Milano, su ordine del pubblico ministero Gaetano Ruta.

Il giallo

Lo ha reso noto questa mattina durante una conferenza stampa tenuta nella sede del Comando provinciale dei carabinieri, il tenente Armando Lavitola, braccio destro del comandante Pasquale Puca, responsabile della compagnia di Corsico. Si è risolto così un giallo che ha tenuto impegnati gli investigatori per più di un anno e mezzo. Come detto, nelle banche dati delle forze dell'ordine non c'erano fotografie di Zacco, tipo riservato, senza nemmeno un proprio profilo Facebook. A rendere più difficile la sua identificazione il fatto che , dopo l'incidente, l'uomo era fuggito dall'Italia e si era sottoposto a un intervento di chirurgia estetica per ricostriure  il naso e le labbra che si erano rotte sbattendo contro lo sterzo e il parabrezza, la sera dell'incidente (e sarà proprio questo particolare a permettere di identificarlo).

Come un vero boss

Da quando era rientrato in Italia, poi, Zacco "aveva mantenuto un'attenzione maniacale a non lasciare tracce che riconducessero a lui" ha spiegato il tenente Armando Lavitola. Come un vero boss non aveva cellulari e viaggiava solo su auto noleggiate da prestanomi. Lo scorso 11 luglio non aveva partecipato al matrimonio di una delle figlie per non esseere individuato. Non potendo utilizzare le intercettazioni, non previste dalla legge sull'omicidio stradale, i militari della compagnia di Corsico hanno monitorato a lungo l'intero suo nucleo familiare. E' stato seguendo il filo di Arianna lasciato dai suoi parenti più stretti, che è stato possibile rintracciarlo e scrivere la parola fine su questo giallo.

Auto pirata

Di giallo, infatti, si trattava. Cominciato la sera un venerdì di un settembre come tanti altri. All’improvviso, un’auto di grossa cilindrata, una Bmw 520 aveva investito e ucciso Rasarantam Saruanathan, 40enne venditore di rose, originario dello Sri Lanka. L’uomo era in sella alla sua bici sulla Vigevanese, ed era diretto verso alcuni ristoranti della zona tra Cesano e Abbiategrasso. Era stato speronato, trascinato per 50 metri e abbandonato sull’asfalto.

Indagini facili?

Allertati da alcuni automobilisti, i carabinieri erano intervenuti sul posto e avevano immediatamente avviato le indagini. Indagini che sembravano abbastanza facili, visto che sulla strada, dopo l’impatto, era rimasta la targa del veicolo. Grazie a quella, gli investigatori avevano bussato alla casa di un ragazzo di 21 anni di Casorate Primo, Kevin Arudine, panettiere, titolare del leasing della Bmw. Indagini che si sono complicate quando è stato necessario individuare le vere responsabilità. Infatti, man mano che sono andate avanti, i contorni della vicenda si sono sempre più allargati.

Chi guidava la Bmw?

All’arrivo dei militari, il giovane aveva raccontato di aver subito il furto della macchina ma di non averlo ancora denunciato. Il suo alibi non aveva convinto gli investigatori che lo avevano ammanettato e condotto a San Vittore. Interrogato dai magistrati, l’uomo aveva continuato a dire di non sapere chi guidasse la Bmw. La sua reticenza aveva ulteriormente insospettito i magistrati, che avevano cominciato a scavare a fonda nella vicenda. Chi c’era dunque al volante del Suv che dopo aver investito l’uomo era scappato? 

Le foto su Facebook

Scava scava, i carabinieri avevano scoperto che poche ore prima dell’incidente, alla guida dell’auto c’era la moglie del panettiere: lo testimoniano alcune fotografie postate sul suo profilo Facebook. E chi era ed è la moglie del giovane? Sorpresa tra le sorprese: si trattava e si tratta della figlia del boss della droga Carlo Zacco, una vecchia conoscenza delle cronache di Cesano Boscone. A questo punto, il quadro sembrava essere diventato più chiaro. Probabilmente, si pensava, il giovane, arrestato per favoreggiamento, "ha paura di fare il nome di chi guidava perché non vuole “tradire” il responsabile, oppure è terrorizzato di mancare «di rispetto» a una famiglia così potente".

Il ris di Parma

Dopo l'incidente Zacco aveva abbandonato la Bmw in una strada di Vermezzo cospargendola con dell'ammoniaca per eliminare le tracce biologiche. Nonostante tutto, il Ris di Parma era riuscito ad isolarne qualcuna sullo sterzo e sul parabrezza dell'auto. Alcune le aveva definite di "Ignoto 1" ed erano del cingalese ucciso, le seconde erano state attribuite a "Ignoto 2". Quelste ultime tracce poi sono state confrontate con quelle della figlia, ottenute grazie a un bicchiere d'acqua bevuta dalla stessa in un bar della zona. In un primo momento era stato il genero di Zacco, che non aveva denunciato il padre della moglie, ad assumersi la responsabilità dell'incidente. Una volta individuato il vero responsabile, il giovane è stato arrestato per favoreggiamento.

Un mammasantissima

Gli Zacco di Cesano Boscone sono stati e per alcuni lo sono ancora, i protagonisti di mille storie di crimimalità. A partire appunto dal capostipite Antonino Zacco, 69anni, palermitano «trapiantato» a Cesano, condannato dopo la scoperta della «raffineria» di Alcamo, la più importante centrale di trasformazione dell’eroina di Cosa Nostra mai ritrovata in Sicilia. Caduto nella rete della «Duomo connection», assieme ad Antonino Carollo, catturato dai carabinieri dopo una lunghissima latitanza. Secondo gli inquirenti, mentre Antonino Zacco si trovava in prigione, gli “affari di famiglia” erano stati seguiti proprio da Carlo, uno dei primi siciliani da allearsi con le cosche calabresi del clan Barbaro-Papalia. 

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