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Venerdì, 19 Luglio 2019 17:17
Il rapporto

Ecco la mappa completa della criminalità in Lombardia

Secondo la Dia, la regione è punto nevralgico per i maggiori traffici illeciti transnazionali, ed esercita un forte richiamo per le organizzazioni criminali sia autoctone che straniere, spesso alleate tra loro

Nella foto agenti della direzione investigativa antimafia in azione Nella foto agenti della direzione investigativa antimafia in azione

Pubblicata questa mattina  la relazione al Parlamento sull'attività svolta dalla Direzione investigativa antimafia nel secondo semestre del 2018. Quello che segue è il documento originale e completo che riguarda  la Lombardia. Una lettura altamente istruttiva per capire come la criminalità organizzata si stia infiltrando sempre di più nel tessuto economico e sociale della regione. Ecco il testo originale riservato a chi vuole comprendere l'esatta dimensione del fenomeno. Buona lettura.

Considerata la maggiore piazza finanziaria nazionale, la Lombardia è caratterizzata da un florido tessuto produttivo dove coesistono un numero elevato di grandi, medie e piccole imprese. Con una popolazione di oltre 10 milioni di abitanti è la regione italiana più popolosa e, nel contempo, attrae consistenti flussi di stranieri. La sua estensione, la collocazione geografica e la presenza di importanti scali aerei e vie di comunicazione la rendono, nello stesso tempo, punto nevralgico per i maggiori traffici illeciti transnazionali, esercitando un forte richiamo per le organizzazioni criminali sia autoctone che straniere, all’occorrenza alleate tra loro.

In questo contesto, nel suo percorso evolutivo, la criminalità organizzata - capace non solo di integrarsi con l’economia legale ma anche di anticiparne le opportunità - ha perfettamente compreso quanto siano labili i confini tra attività illecite e lecite, inquinando il sistema economico, attraverso metodiche corruttive finalizzate ad infiltrare la Pubblica Amministrazione - ed il relativo “mondo” dei pubblici appalti - anche grazie alla disponibilità di professionisti compiacenti.

Oggi, la penetrazione del sistema imprenditoriale lombardo appare sempre più marcata da parte dei sodalizi calabresi, ma anche le mafie di estrazione siciliana e campana si mostrano in grado di esprimere la stessa minaccia. Una compiuta analisi delle infiltrazioni mafiose in Lombardia non può prescindere dalle operazioni di polizia giudiziaria portate a compimento nel semestre, dalle pronunce giudiziarie, nonché dal monitoraggio delle attività imprenditoriali operato dai Gruppi interforze istituiti presso tutte le Prefetture della Regione. Il citato monitoraggio informativo offre un quadro d’analisi che, descrive il radicamento del fenomeno mafioso sul territorio, restituendo una tendenza sempre maggiore di tentativi di infiltrazione nel settore degli appalti pubblici e nel rilascio delle autorizzazioni, licenze e concessioni pubbliche.

In particolare, i settori commerciali con più provvedimenti prefettizi, risultano quelli della ristorazione, giochi e scommesse, costruzioni, autotrasporto di merci, autodemolizioni, commercio auto. Un’ulteriore indicazione viene offerta dalla lettura dei dati pubblicati dall’Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Allo stato attuale, in Lombardia, sono in corso le procedure per la gestione di 1.796 immobili confiscati, mentre altri 1.141 risultano già destinati. Sono, altresì, in atto le procedure per la gestione di 269 aziende, a fronte delle 83 già definite. Alberghi, ristoranti, attività immobiliari, commercio all’ingrosso, attività manifatturiere ed edili, terreni agricoli, appartamenti, ville, fabbricati industriali, negozi, sono solo alcune tra le tipologie di beni sottratti alle mafie anche in Lombardia, concentrate, seguendo un ordine quantitativo decrescente, nelle province di Milano, Monza Brianza, Varese, Pavia, Brescia, Bergamo, Como, Cremona, Lecco, Mantova, Sondrio e Lodi.

Il fenomeno mafioso in Lombardia, quindi, parte da lontano, da alcuni decenni ed ha portato con sé, dai territori di origine, oltre al fenomeno dei matrimoni combinati e forzati – strumentali per la compattezza dei sodalizi – i rituali di affiliazione e le metodiche criminali tipiche (intimidazione, assoggettamento, omertà, solo per citarne alcune) che si espletano, all’occorrenza, anche con azioni violente. L’infiltrazione in Lombardia non è stata “silente” lasciando spazio, in diversi casi, all’esteriorizzazione del metodo mafioso, mettendolo “a sistema” esattamente come nei territori di origine: negli anni, taluni omicidi registrati nella regione sono risultati funzionali alle dinamiche evolutive dei sodalizi, esattamente come il pressing intimidatorio e estorsivo sulle fasce produttive, sovrapponibile a quello praticato nelle aree di provenienza.

Nel comasco, ad esempio, le vicende giudiziarie degli ultimi anni - di seguito meglio descritte - hanno evidenziato come le nuove generazioni di ndranghetisti “blasonati” non sembrano manifestare la tipica propensione imprenditoriale e la capacità di “mimetizzarsi”, propria di altri gruppi calabresi stanziati in Lombardia. Queste nuove leve, infatti, pur non disdegnando le attività illecite più “sofisticate”, come il riciclaggio e il reimpiego di capitali, sembrano privilegiare strategie “militari” di controllo del territorio che - per quanto meno evolute nel profilo economico-criminale - creano tuttavia un diffuso allarme sociale, proprio per la pratica della violenza e della intimidazione.

In Lombardia resta alta l’attenzione investigativa verso i numerosi casi incendiari di depositi di stoccaggio rifiuti - alcuni di notevoli dimensioni - registrati nel corso del 2018, e nell’anno precedente, in diverse province lombarde (come Milano, Pavia, Cremona). Ad essere interessati anche depositi di rottami ferrosi, rifiuti industriali, carta da macero, autodemolizioni e ditte di autotrasporto. Le Forze di polizia e gli organi di controllo, statali e locali, hanno, di conseguenza, notevolmente incrementato le ispezioni, anche a seguito di numerose segnalazioni di privati cittadini.

In proposito appare rilevante l’attività conclusa dai carabinieri l’11 ottobre 2018 che hanno eseguito un provvedimento restrittivo nei confronti di 6 persone, per reati ambientali emersi a seguito dell’incendio doloso, del 3 gennaio 2018, di un capannone a Corteolona (PV), nel quale erano state illegalmente stoccate tonnellate di rifiuti. Gli arrestati erano già stati coinvolti in episodi analoghi, al punto che già nel mese di luglio 2018 su di loro pendeva un altro provvedimento cautelare emesso sempre dall’autorità giudiziaria milanese.

Sempre riguardo alla gestione illegale di rifiuti, il 22 novembre 2018, i Carabinieri hanno arrestato 3 soggetti, tra cui un imprenditore, per traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi (rame, batterie al piombo, veicoli fuori uso ed apparecchiature elettriche), commessi in relazione alle attività di impianti di stoccaggio e smaltimento rifiuti della provincia di Brescia. Il titolare dell’impresa, nel tempo, avrebbe gestito illecitamente migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti anche dal territorio estero. Pur in assenza di diretti elementi di connessione alla criminalità organizzata, le attività di indagine hanno mostrato quanto sia redditizia la gestione dei rifiuti, in particolar modo di quelli speciali.

La complessa filiera dei rifiuti, dalla raccolta allo smaltimento e riciclo, rientra tra i business criminali delle organizzazioni mafiose, in Lombardia, come nel resto del territorio nazionale, spesso con traffici gestiti con la compartecipazione di imprenditori disposti a violare le norme ambientali, incuranti dei danni alla pubblica incolumità che scaturiscono dalle conseguenti esalazioni tossiche dovute alla combustione dei rifiuti speciali. La problematica appare particolarmente sensibile, atteso che anche la necessità di appaltare, con procedura d’urgenza le complesse operazioni di rimozione e bonifica dei rifiuti dati alle fiamme potrebbero suscitare l’interesse per le organizzazioni criminali.

Criminalità organizzata calabrese

Le consorterie calabresi radicate oltre i confini regionali annoverano affiliati di “ultima generazione” in grado di consolidare relazioni affaristico-imprenditoriali, condizionando gli ambienti politico-amministrativi ed economici locali. Talune inchieste condotte negli ultimi anni nel nord Italia hanno dato conto anche del livello di omertà che pervade alcuni territori, come emerso, ad esempio, nelle recenti vicende registrate a Cantù, di cui si parlerà. Inoltre, altre importanti evidenze investigative hanno registrato l’avvicinamento del politico di turno o di imprenditori ai mafiosi calabresi per soddisfare un proprio interesse contingente.

Nella provincia di Milano e nel resto della Lombardia la ’ndrangheta ha consolidato il suo radicamento attraverso la stretta interconnessione tra le locali presenti e la “casa madre” del “Crimine” reggino, che vanta nella regione un organo di coordinamento delle attività criminali, noto come “la Lombardia”. Le risultanze giudiziarie hanno evidenziato la presenza di numerosi locali di ‘ndrangheta nelle province di Milano (locali di Milano, Bollate, Bresso, Cormano, Corsico, Pioltello, Rho, Solaro e Legnano), Como (locali di Como, Erba, Canzo-Asso, Mariano Comense, Appiano Gentile, Senna Comasco, Fino Mornasco e Cermenate), Monza-Brianza (locali di Monza, Giussano, Desio, Seregno, Lentate sul Seveso e Limbiate), Lecco (locale di Lecco e Calolziocorte), Brescia (locale di Lumezzane), Pavia (locali di Pavia e Voghera) e Varese (locali di Varese e Lonate Pozzolo). 

Per quanto concerne Milano, nell’ambito dell’operazione “Red Carpet”, la Polizia di Stato ha eseguito, nel mese di luglio, un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 23 persone responsabili di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, corruzione, trasferimento fraudolento di valori, ricettazione, riciclaggio, intercettazioni illegali e lesioni. L’attività investigativa si è incentrata sull’operatività di 2 gruppi criminali interconnesse, operanti nei quartieri milanesi Comasina e Bruzzano. Le indagini hanno confermato la capacità dell’organizzazione criminale - contigua al sodalizio di matrice ‘ndranghetista FLACHI, attivo in Lombardia sin dagli anni ’90 - di intessere relazioni strumentali al raggiungimento degli interessi criminali, anche mediante il coinvolgimento di appartenenti alle Istituzioni, ritenuti organici al sodalizio.

Ad ottobre, nell’ambito dell’operazione “Quadrato”, i Carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 14 soggetti, di cui 4 marocchini, responsabili di associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di cocaina nel quartiere popolare Quadrato di Corsico. Un bar, riconducibile ai TRIMBOLI di Platì (RC), era uno dei tre esercizi pubblici in cui veniva gestito lo spaccio. Tra i promotori dell’associazione criminale figura anche un soggetto appartenente al clan BARBARO, sempre di Platì (RC). Quest’ultima famiglia, peraltro, nel semestre in argomento è stata interessata da ulteriori vicende giudiziarie.

Ad ottobre, infatti, il Tribunale di Milano ha condannato un esponente del clan a 16 anni di reclusione, indicandolo quale reggente de “la Lombardia” e riconoscendolo colpevole di associazione di tipo mafioso, nonché effettivo proprietario di un bar di Milano, intestato fittiziamente ad un prestanome. Già nel gennaio 2016, l’uomo era rimasto coinvolto nell’operazione “Missing” dei Carabinieri, che aveva portato all'arresto di 7 persone per estorsione e intestazione fittizia di beni, facendo emergere gli interessi economici ed imprenditoriali della cosca BARBARO-PAPALIA in Lombardia ed in particolare a Corsico.

Tra i mesi di ottobre e novembre, a conclusione dell’operazione “Miracolo”, la Polizia di Stato ha eseguito una misura restrittiva nei confronti di 39 soggetti dediti al traffico internazionale di stupefacenti. In una prima tranche sono stati arrestati gli affiliati al gruppo CILIONE, originario di Melito Porto Salvo (RC), (attivo principalmente nello spaccio di droga nel quartiere milanese di Bonola e a Robbio). Gli affiliati al gruppo CADEMARTORI-PONZO, (contiguo ad alcuni sodalizi mafiosi etnei, in particolare ai clan PILLERA-Puntina, LAUDANI, CURSOTI che avevano il compito di organizzare l’importazione dello stupefacente), e al clan napoletano GIONTA. In una seconda tranche, sono stati tratti in arresto gli uomini legati ai gruppi LUONGO di Manfredonia (FG) e BARBARO di Platì (RC), protagonisti dello spaccio di droga nel quartiere milanese di San Siro. Le indagini hanno posto in risalto l’estrema capacità di tali gruppi di entrare in connessione tra loro per il raggiungimento di un obiettivo comune.

Per quanto concerne l’area della provincia di Milano, nel mese di settembre, ia Cisliano, la DIA di Milano ha eseguito il sequestro di un appartamento e di 8 conti correnti, per un valore complessivo di 500 mila euro, nei confronti di un soggetto condannato e, allo stato, detenuto a seguito della nota inchiesta “Infinito”. Le indagini hanno evidenziato la sua appartenenza alla ‘ndrangheta calabrese quale capo della locale di Corsico, (con influenza anche a Buccinasco, Cesano Boscone, Assago e nel quartiere milanese di Baggio), e quale esponente di primo piano de “La Lombardia”.

Nell’ambito della locale di Pioltello, invece, con sentenza del 6 dicembre 2018, il Tribunale di Milano ha condannato gli autori di un attentato dinamitardo, commesso il 10 ottobre 2017 in danno di un cittadino ecuadoriano residente in quel Comune milanese, per un debito di usura. Tra i 9 condannati risultano anche 2 congiunti di esponenti di spicco della famiglia MANNO, coinvolti nella citata inchiesta “Infinito”.
Rilevano anche gli sviluppi dell’operazione “Eclissi” del 2014, coordinata dalla DDA di Palmi (RC), atteso che, nel mese di ottobre 2018, a Sesto San Giovanni (MI), in esecuzione di un provvedimento restrittivo emesso dal Tribunale di Palmi (RC), è stato arrestato un soggetto originario di Taurianova (RC), condannato a 16 anni di reclusione, quale affiliato alla cosca BELLOCCO di Rosarno (RC), per conto della quale aveva custodito delle armi.

Sempre nella provincia di Milano, nel prosieguo dell’operazione “Linfa” - che aveva fatto luce sulla possibile riorganizzazione della locale di Legnano - nel mese di ottobre la DIA di Milano ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 5 soggetti, per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. I destinatari delle ordinanze in questione (3 dei quali già condannati in primo grado per associazione finalizzata al narcotraffico) sono stati ritenuti gravemente indiziati di un violento pestaggio avvenuto all’inizio del 2017, in danno di un imprenditore locale. L’attività investigativa della DIA ha, infatti, consentito di dimostrare che due professionisti, al fine di riscuotere un preteso credito, avevano ingaggiato soggetti riconducibili alle cosche rosarnesi PESCE e BELLOCCO per mettere in atto l’azione ritorsiva nei confronti dell’imprenditore.

Per ciò che concerne gli sviluppi della nota operazione “Bagliore” (aprile 2011), il 15 ottobre 2018, in parziale riforma della sentenza di primo grado, la Corte di Assise d’Appello di Milano ha condannato alla pena dell’ergastolo 8 soggetti ritenuti responsabili di tre omicidi di stampo ‘ndranghetista commessi in Lombardia. Nell’ordine, si tratta dell’omicidio, considerato “eccellente”, di un esponente di vertice della cosca NOVELLA di Guardavalle (CZ), reggente de “La Lombardia”, avvenuto il 14 luglio 2008 in un bar di S. Vittore Olona (MI) e di altri due, registrati il 29 marzo 2009 a Bernate Ticino (MI) ed il 27 aprile 2009 in un maneggio di Bregnano (CO). A seguito della menzionata sentenza, il 30 ottobre 2018 i Carabinieri hanno eseguito il provvedimento restrittivo nei confronti degli 8 condannati.

Nel mese di novembre, nell’ambito dell’operazione “Pineapple”, la Polizia di Stato ha sgominato un’associazione criminale, composta per lo più da soggetti di origine calabrese, operante a Milano, Busto Arsizio (VA) e territori limitrofi, attiva nel traffico internazionale di cocaina, tra Santo Domingo e il territorio nazionale. L’attività si è conclusa con l’esecuzione di una misura cautelare nei confronti di 7 associati.

Passando in rassegna la presenza di matrice ‘ndranghetista nelle altre province lombarde, va rilevato che per il dinamico tessuto economico-imprenditoriale e la posizione privilegiata nei rapporti commerciali con le province limitrofe e con la Svizzera, la provincia di Como ricade inevitabilmente nelle mire delle organizzazioni criminali e della ’ndrangheta in particolare, tanto da far registrare, nel tempo, la presenza delle già segnalate locali di Como, Erba, Canzo-Asso, Mariano Comense, Appiano Gentile, Senna Comasco, Fino Mornasco e Cermenate.

Il processo di primo grado relativo all’inchiesta “Ignoto 23” (eseguita il 26 settembre 2017 dai Carabinieri di Milano) oggetto di attenzione mediatica per le intemperanze in aula dei parenti di alcuni imputati, si è concluso nell’aprile 2019 con la condanna di nove imputati per associazione mafiosa ed altri reati aggravati dal metodo mafioso. Il processo ha riguardato l’esito delle indagini che avevano intercettato le dinamiche mafiose sul territorio, nel cui ambito sono state indagate 13 persone, tra cui il nipote del boss della cosca africese MORABITO, per associazione di tipo mafioso, estorsione in danno di alcuni esercizi commerciali di quel centro cittadino, detenzione e porto abusivo di armi, lesioni aggravate e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso.

Gli imputati sono ritenuti al vertice della locale di Limbiate (MB) ed in stretta correlazione con la locale di Mariano Comense (CO). Proprio a Cantù e nelle zone limitrofe si era anche assistito ad una serie di eclatanti atti criminali, quali gambizzazioni, spari con armi da fuoco in pieno centro abitato e lanci di bottiglie incendiarie. L’attività investigativa, avviata nella primavera del 2015, ha permesso di identificare, fra gli altri indagati, due partecipanti - rimasti per lungo tempo ignoti (da cui il nome dell’operazione) - a due summit di ‘ndrangheta, uno tenutosi nel mese di febbraio 2008 presso un ristorante di Legnano (MI) e l’altro nel mese di ottobre 2009 presso un centro per anziani di Paderno Dugnano (MI), già documentati nell’ambito della nota operazione “Infinito”.

È emerso, altresì, lo stretto legame tra uno degli affiliati della locale di Mariano Comense ed un affermato imprenditore edile (originario di Melito di Porto Salvo-RC, anch’egli indagato), titolare di numerose società, quale uomo d’affari capace di muoversi agevolmente nel mondo dell’economia, dell’imprenditoria, della politica e della criminalità organizzata. La citata inchiesta “Ignoto 23”, assieme ad altre degli ultimi anni, ha reso testimonianza di una presenza strutturata e radicata nel comasco, che assume connotazioni del tutto peculiari rispetto alla più ampia strategia di infiltrazione dell’economia adottata dalle cosche in Lombardia.

Qui, infatti, come già detto in premessa, le nuove generazioni “comasche” di ndranghetisti non sembrano attuare la strategia di mimetizzazione al mondo imprenditoriale, adottata invece da altri gruppi calabresi fuori dal territorio di origine. Gli ‘ndranghetisti comaschi, pur se impegnati nelle attività illecite del riciclaggio e del reimpiego di capitali, sembrano privilegiare, infatti, la strategia del controllo militare del territorio, con conseguente allarme sociale dovuto alla risonanza delle azioni violente e intimidatorie. Si assiste, quindi, alla persistenza sul territorio dei disvalori identitari propri dell’associazione mafiosa, nella quale i vincoli familiari continuano ad essere l’humus che alimenta il fenomeno. Non a caso, sono emersi casi di giovanissimi, figli o nipoti di alcuni ‘ndranghetisti, introdotti nell’associazione mafiosa attraverso veri e propri rituali di affiliazione.



Le presenze della ‘ndrangheta sono riscontrate anche negli altri territori, come in provincia di Mantova. Proprio in quest’area, ad agosto 2018, la DIA ha dato esecuzione ad un decreto di confisca, emesso su proposta del Direttore della DIA, nei confronti di un imprenditore edile originario della provincia di Crotone, ma da anni residente a Curtatone (MN). Il provvedimento consegue alle indagini che avevano acclarato la pericolosità sociale del soggetto, non solo in relazione ai gravi fatti di usura per i quali veniva condannato in via definitiva nel 2013, ma soprattutto per la sua contiguità con le cosche ‘ndranghetiste insediatesi nella parte orientale della Lombardia. La confisca ha riguardato le quote della società immobiliare di cui lo stesso era titolare ed immobili per un valore di oltre 5 milioni di euro.

Sempre ad agosto, la Polizia di Stato ha eseguito il sequestro, in provincia di Monza Brianza, di società, immobili e conti correnti, per un valore complessivo di circa 2 milioni di euro, nei confronti di un soggetto originario di Santa Caterina dello Jonio (CZ), coinvolto nell’operazione “Ulisse” del 2012, per la sua contiguità alla locale di Giussano (MB) e per i collegamenti con la cosca del catanzarese GALLACE-RUGA-LEOTTA. In particolare, l’uomo si occupava della custodia delle armi e manteneva i contatti con i familiari degli affiliati ristretti in carcere, garantendo loro anche l’assistenza economica. Nel medesimo contesto provinciale, a novembre, nell’ambito dell’operazione “Nebbia calabra”, la Guardia di finanza ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP presso il Tribunale di Bologna a carico di 3 esponenti della cosca IAMONTE di Melito Porto Salvo (RC), accusati di intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agevolato la mafia.

Le indagini hanno fatto luce sulle attività illecite svolte da un imprenditore del settore degli autotrasporti, di origine calabrese, radicatosi già dagli inizi degli anni 2000 sul territorio emiliano, il quale ricorreva sistematicamente all’intestazione fittizia di aziende e società, allo scopo di schermare l’origine del patrimonio accumulato e di eludere l’applicazione di misure patrimoniali. Dalle investigazioni è emerso come “parti considerevoli della provvista impiegata per l’acquisizione siano riconducibili a versamenti operati da soggetti di origine calabrese residenti in Lombardia intranei o comunque contigui alla c.d. Locale di Ndrangheta di Desio, struttura criminale collegata alla cosca Iamonte …. e nell’interesse dei quali ha evidentemente operato”. Nel medesimo contesto operativo è stato eseguito un sequestro preventivo di beni per un valore di circa 8,5 milioni di euro.

Per quanto concerne la provincia di Pavia, oltre alla sopra citata operazione “Miracolo”, che ha riguardato anche il comune di Robbio (PV), rilevano, come già anticipato nel paragrafo dedicato alla provincia di Reggio Calabria, gli esiti giudiziari dell’operazione “Lex”, del novembre 2016. Con rito abbreviato, il 17 ottobre 2018, il GUP di Milano ha condannato 12 soggetti appartenenti alle cosche CHINDAMO-LAMARI e FERRENTINO di Laureana di Borrello (RC), con ramificazioni anche a Voghera (PV), comminando una pena complessiva di oltre 100 anni di reclusione. La cosca aveva scelto l’Oltrepò pavese per aprire imprese edili che permettessero di mascherare attività criminali, che comprendevano anche il traffico di armi e di stupefacenti.

Con l’operazione “Atlantic”, conclusa a Varese nel mese di ottobre, i Carabinieri hanno tratto in arresto 14 soggetti contigui alle locali consorterie ‘ndranghetiste e ritenuti responsabili di traffico di sostanze stupefacenti ed estorsione. Lo scorso mese di ottobre, il Tribunale di Como ha dato l’avvio al processo di primo grado relativo all’inchiesta “Ignoto 23” (eseguita il 26 settembre 2017 dai Carabinieri di Milano), oggetto di attenzione mediatica per le intemperanze in aula dei parenti di alcuni imputati. Il processo rappresenta l’esito delle indagini che avevano intercettato le dinamiche mafiose sul territorio, nel cui ambito sono state indagate 13 persone, tra cui il nipote del boss della cosca africese MORABITO, per associazione di tipo mafioso, estorsione in danno di alcuni esercizi commerciali di quel centro cittadino, detenzione e porto abusivo di armi, lesioni aggravate e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso.

Gli imputati sono ritenuti al vertice della locale di Limbiate (MB) ed in stretta correlazione con la locale di Mariano Comense (CO). Proprio a Cantù e nelle zone limitrofe si era anche assistito ad una serie di eclatanti atti criminali, quali gambizzazioni, spari con armi da fuoco in pieno centro abitato e lanci di bottiglie incendiarie. L’attività investigativa, avviata nella primavera del 2015, ha permesso di identificare, fra gli altri indagati, due partecipanti - rimasti per lungo tempo ignoti (da cui il nome dell’operazione) - a due summit di ‘ndrangheta, uno tenutosi nel mese di febbraio 2008 presso un ristorante di Legnano (MI) e l’altro nel mese di ottobre 2009 presso un centro per anziani di Paderno Dugnano (MI), già documentati nell’ambito della nota operazione “Infinito”.

È emerso, altresì, lo stretto legame tra uno degli affiliati della locale di Mariano Comense ed un affermato imprenditore edile (originario di Melito di Porto Salvo-RC, anch’egli indagato), titolare di numerose società, quale uomo d’affari capace di muoversi agevolmente nel mondo dell’economia, dell’imprenditoria, della politica e della criminalità organizzata. La citata inchiesta “Ignoto 23”, assieme ad altre degli ultimi anni, ha reso testimonianza di una presenza strutturata e radicata nel comasco, che assume connotazioni del tutto peculiari rispetto alla più ampia strategia di infiltrazione dell’economia adottata dalle cosche in Lombardia.

Qui, infatti, come già detto in premessa, le nuove generazioni “comasche” di ndranghetisti non sembrano attuare la strategia di mimetizzazione al mondo imprenditoriale, adottata invece da altri gruppi calabresi fuori dal territorio di origine. Gli ‘ndranghetisti comaschi, pur se impegnati nelle attività illecite del riciclaggio e del reimpiego di capitali, sembrano privilegiare, infatti, la strategia del controllo militare del territorio, con conseguente allarme sociale dovuto alla risonanza delle azioni violente e intimidatorie. Si assiste, quindi, alla persistenza sul territorio dei disvalori identitari propri dell’associazione mafiosa, nella quale i vincoli familiari continuano ad essere l’humus che alimenta il fenomeno.

Non a caso, sono emersi casi di giovanissimi, figli o nipoti di alcuni ‘ndranghetisti, introdotti nell’associazione mafiosa attraverso veri e propri rituali di affiliazione. Le presenze della ‘ndrangheta sono riscontrate anche negli altri territori, come in provincia di Mantova. Proprio in quest’area, ad agosto 2018, la DIA ha dato esecuzione ad un decreto di confisca, emesso su proposta del Direttore della DIA, nei confronti di un imprenditore edile originario della provincia di Crotone, ma da anni residente a Curtatone (MN). Il provvedimento consegue alle indagini che avevano acclarato la pericolosità sociale del soggetto, non solo in relazione ai gravi fatti di usura per i quali veniva condannato in via definitiva nel 2013, ma soprattutto per la sua contiguità con le cosche ‘ndranghetiste insediatesi nella parte orientale della Lombardia. La confisca ha riguardato le quote della società immobiliare di cui lo stesso era titolare ed immobili per un valore di oltre 5 milioni di euro.

Sempre ad agosto, la Polizia di Stato ha eseguito il sequestro, in provincia di Monza Brianza, di società, immobili e conti correnti, per un valore complessivo di circa 2 milioni di euro, nei confronti di un soggetto originario di Santa Caterina dello Jonio (CZ), coinvolto nell’operazione “Ulisse” del 2012, per la sua contiguità alla locale di Giussano (MB) e per i collegamenti con la cosca del catanzarese GALLACE-RUGA-LEOTTA. In particolare, l’uomo si occupava della custodia delle armi e manteneva i contatti con i familiari degli affiliati ristretti in carcere, garantendo loro anche l’assistenza economica.

Sempre in provincia di Monza Brianza, a novembre, nell’ambito dell’operazione “Nebbia calabra”, la Guardia di finanza ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP presso il Tribunale di Bologna a carico di 3 esponenti della cosca IAMONTE di Melito Porto Salvo (RC), accusati di intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agevolato la mafia. Le indagini hanno fatto luce sulle attività illecite svolte da un imprenditore del settore degli autotrasporti, di origine calabrese, radicatosi già dagli inizi degli anni 2000 sul territorio emiliano, il quale ricorreva sistematicamente all’intestazione fittizia di aziende e società, allo scopo di schermare l’origine del patrimonio accumulato e di eludere l’applicazione di misure patrimoniali.

Dalle investigazioni è emerso come “parti considerevoli della provvista impiegata per l’acquisizione siano riconducibili a versamenti operati da soggetti di origine calabrese residenti in Lombardia intranei o comunque contigui alla c.d. Locale di Ndrangheta di Desio, struttura criminale collegata alla cosca Iamonte …. e nell’interesse dei quali ha evidentemente operato”. Nel medesimo contesto operativo è stato eseguito un sequestro preventivo di beni per un valore di circa 8,5 milioni di euro.

Per quanto concerne la provincia di Pavia, oltre alla sopra citata operazione “Miracolo”, che ha riguardato anche il comune di Robbio (PV), rilevano, come già anticipato nel paragrafo dedicato alla provincia di Reggio Calabria, gli esiti giudiziari dell’operazione “Lex”, del novembre 2016. Con rito abbreviato, il 17 ottobre 2018, il GUP di Milano ha condannato 12 soggetti appartenenti alle cosche CHINDAMO-LAMARI e FERRENTINO di Laureana di Borrello (RC), con ramificazioni anche a Voghera (PV), comminando una pena complessiva di oltre 100 anni di reclusione.

La cosca aveva scelto l’Oltrepò pavese per aprire imprese edili che permettessero di mascherare attività criminali, che comprendevano anche il traffico di armi e di stupefacenti. Con l’operazione “Atlantic”, conclusa a Varese nel mese di ottobre, i Carabinieri hanno tratto in arresto 14 soggetti contigui alle locali consorterie ‘ndranghetiste e ritenuti responsabili di traffico di sostanze stupefacenti ed estorsione.

Criminalità organizzata siciliana

Diversamente dalla ‘ndrangheta, la criminalità di origine siciliana sembra proiettata su forme criminali economicamente più redditizie, evitando azioni violente e mantenendo un atteggiamento di basso profilo.
Nel semestre si sono registrati gli sviluppi giudiziari della nota operazione “Security”. Il 29 novembre 2018, il Tribunale di Milano ha, infatti, condannato 8 imputati per aver favorito l’associazione mafiosa facente capo al clan LAUDANI e per reati tributari, disponendo misure interdittive e confische di beni mobili e immobili, denaro e quote di diverse società. In merito ad indagini originate da Distretti giudiziari extraregionali, che hanno però avuto riflessi in Lombardia, si segnala che, nel mese di novembre, la DIA di Palermo, su disposizione della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Trapani, ha eseguito, nella provincia di Pavia, la confisca di numerosi beni mobili e immobili nella disponibilità degli eredi di un noto soggetto originario di Castelvetrano (TP), considerato punto di riferimento per Cosa nostra - nello specifico del boss latitante Matteo MESSINA DENARO - per il riciclaggio dei capitali illeciti.

Criminalità organizzata campana

Da non sottovalutare anche la rilevanza che il territorio lombardo riveste per la criminalità di origine campana, sia quale rifugio di latitanti, sia per attività di reinvestimento di capitali illeciti. Le operazioni di polizia condotte negli anni in Lombardia hanno interessato i clan napoletani MARIANO, LO RUSSO, LICCIARDI, CONTINI, DI LAURO, MAZZARELLA, FABBROCINO, MOCCIA, GIONTA, NUVOLETTA, POLVERINO ed il cartello casertano dei CASALESI. Questi gruppi si sono dimostrati in grado di trovare agganci per la gestione delle attività illecite in varie parti della Penisola, non ultima la Lombardia come accertato dall’operazione “Scugnizza 2”, coordinata dalla DDA di Napoli e conclusa nell’aprile 2018.

Nel mese di ottobre, la DIA di Milano ha eseguito, coadiuvata dalla Guardia di finanza, un decreto di sequestro di beni, emesso il 18 ottobre 2018 dal Tribunale di Como, su proposta del Direttore della DIA, nei confronti degli eredi e di altri prestanome di un pluripregiudicato napoletano, deceduto nel gennaio 2017, da anni trasferitosi in provincia di Como. La misura è stata applicata sul presupposto della “pericolosità sociale” del defunto, che in passato aveva avuto rapporti d’affari con il sodalizio camorristico ZAZA-MAZZARELLA, del quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio. Sono stati, inoltre, accertati i contatti che l’uomo intratteneva, per attività legate a traffici di armi, con i clan camorristici NUZZO/MARINIELLO/DE SENA di Acerra (NA), REGA di Brusciano (NA) e con la cosca ‘ndranghetista MAZZAFERRO.

Criminalità organizzata pugliese

Secondo una consolidata tendenza, in Lombardia non si registrano episodi delittuosi tali da far ipotizzare presenze significative della criminalità organizzata pugliese, che si manifesta episodicamente, nella quasi totalità dei casi per reati connessi al traffico di sostanze stupefacenti e contro il patrimonio. Una conferma in tal senso viene dagli esiti della citata operazione “Miracolo”, che ha coinvolto nelle attività di narcotraffico, oltre ai gruppi criminali calabresi, anche i LUONGO di Manfredonia (FG) e, in qualità di promotore, un foggiano che, nel 2013, era stato arrestato insieme ad elementi di spicco del clan MAGRINI.

Nella regione, inoltre, si sarebbe stabilito da tempo il vertice del clan PIARULLI (già PIARULLI-FERRARO), originario di Cerignola (FG), attivo nel traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, nel riciclaggio di denaro in attività commerciali, nei furti di autovetture a scopo di estorsione, in assalti ai portavalori e rapine ai tir. Di particolare rilievo, anche, il provvedimento di sequestro, per oltre 31 milioni di euro, operato dalla DIA nei confronti di un imprenditore di Bitonto, ritenuto vicino al clan PARISI, operante nel settore della somministrazione di manodopera ad aziende della lavorazione delle carni.

Gli accertamenti hanno ricostruito la complessa dinamica finanziaria criminale (per la quale sono stati contestati l’associazione per delinquere, reati fiscali, il riciclaggio e l’autoriciclaggio) che aveva permesso di accumulare un ingente patrimonio, costituito, tra l’altro, da 23 società e 2 immobili con sede nella provincia di Milano ed una lussuosa villa a Nerviano (MI).

Interdittive

L’informativa antimafia rappresenta il fronte più avanzato della prevenzione antimafia ed uno dei principali strumenti di contrasto ai tentativi di infiltrazione delle organizzazioni criminali nell’ambito dei rapporti economici tra Pubblica Amministrazione e privati. Il fine preminente dell’istituto è quello di impedire alla criminalità organizzata il conseguimento di commesse pubbliche, trovando il proprio fondamento logico-giuridico nell’esigenza di combattere efficacemente il fenomeno dell’inquinamento mafioso delle attività economiche. L’adozione del richiamato provvedimento impone l’esclusione dalla contrattazione pubblica delle imprese che, in esito ad un giudizio prognostico di permeabilità alla criminalità organizzata di stampo mafioso, presentino collegamenti con ambienti malavitosi qualificati; in altre parole si tratta di provvedimenti dotati di una forte incisività dal momento che comportano l’esclusione dal circuito delle commesse pubbliche delle aziende risultate permeabili ai tentativi di infiltrazione mafiosa.

Il settore dei contratti pubblici costituisce, infatti, un importante interesse per le organizzazioni che, per accedervi, ricorrono a condotte corruttive o a forme di violenza ed intimidazione ovvero utilizzano operatori economici contigui alle medesime organizzazioni criminali. Esse hanno da tempo intrapreso un processo di mimetizzazione delle proprie attività e strutture, ridisegnando di continuo le strategie finanziarie e adottando comportamenti di adeguamento rispetto al mutevole contesto economico e sociale.

In questo fondamentale ambito di prevenzione antimafia, la DIA assicura un importante contributo al monitoraggio delle commesse e degli appalti, attraverso una rapida istruttoria delle richieste di certificazione antimafia inoltrate dalle Prefetture, volte a verificare tempestivamente – senza quindi intralciare l’esecuzione delle opere – l’assetto delle imprese coinvolte e le possibili infiltrazioni mafiose nelle aziende. La prevenzione e la repressione delle infiltrazioni criminali, nonché più in generale, la trasparenza nel settore dei lavori pubblici e degli appalti rappresentano tematiche alle quali la DIA riserva da sempre una particolare attenzione, continuando ad interpretare un ruolo propulsivo e di supporto fondamentale alle attività dei Prefetti finalizzate all’eventuale emanazione di informazioni interdittive antimafia.

In particolare la DIA, nello svolgimento delle attività di raccolta degli elementi informativi, funzionali al rilascio dell’informazione antimafia, fornisce quindi un qualificato contributo conoscitivo, sintesi del patrimonio di dati e notizie accumulato nel tempo. In tale ambito il personale in forza all’OCAP, nel 2018, ha svolto diverse, approfondite attività di monitoraggio nei confronti di aziende operanti nel settore delle costruzioni e della gestione dei rifiuti, il cui esito è stato rendicontato ai Prefetti competenti per l’adozione di eventuali provvedimenti interdittivi.

Consapevole della delicatezza della missione istituzionale affidatale, la DIA continuerà a contrastare i tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata negli appalti pubblici sostenendo, nel contempo, tutte le componenti istituzionali impegnate nell’attività di contrasto mediante il supporto delle sue Articolazioni centrali e periferiche. Di seguito, una sintesi grafica dei provvedimenti interdittivi emessi dagli Uffici Territoriali del Governo, suddivisi per regione, sia riguardo al solo II semestre 2018, sia con riferimento all’intera annualità. La Lombardia, per numero di provvedimenti  emessi (28 nel 2° semestre 2018, 50 nell’intero anno), si attesta al 3° posto dopo la Sicilia e la Calabria.

Segnalazioni per operazioni finanziarie sospette

La Direzione Investigativa Antimafia annovera tra i suoi impegni preminenti quello di prevenzione dell’utilizzo del sistema economico-finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di provenienza illecita. La normativa vigente (D. Lgs. 21 novembre 2007, nr. 231 e succ.mod.), nell’ambito del sistema di approfondimento investigativo delle segnalazioni sospette (di seguito s.o.s.) assegna un ruolo di primo piano alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNA) destinataria delle anagrafiche dei soggetti coinvolti nelle operazioni segnalate, che le giungono dall’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia (UIF) per il tramite della Direzione Investigativa Antimafia e del  Nucleo Speciale Polizia Valutaria della Guardia di Finanza (NSPV), per procedere al riscontro con i procedimenti giudiziari in corso. I due organismi investigativi preposti effettuano invece l’analisi e l’approfondimento delle operazioni sospette.

In tale contesto, la DIA procede ad identificare tutte quelle s.o.s. attinenti alla criminalità organizzata, da inoltrare alla DNA, mediante interrogazioni multiple alle banche dati utilizzabili. Una volta ricevute tali segnalazioni, la DNA le “arricchisce” con le proprie informazioni, trattiene per l’approfondimento quelle ritenute “di interesse” e restituisce le restanti che vengono rielaborate ed ulteriormente approfondite per l’eventuale utilizzo nell’ambito dell’aggressione ai patrimoni illeciti, della ricostruzione delle movimentazioni finanziarie nelle investigazioni giudiziarie, dell’analisi di rischio e di contesto necessarie per il miglior indirizzo decisionale per il perseguimento dei fini istituzionali.

L’applicativo informatico in uso alla DIA è oggetto di costante opera di reingegnerizzazione ed implementazione. Tale sistema consente di analizzare tutte le s.o.s. pervenute, estrapolare quelle di “interesse istituzionale”, indirizzare lo strumento informatico per le necessarie esigenze investigative attraverso “utility” che affinano i criteri di ricerca (ad es. per importi, per tipologia di transazione, per ricorrenza delle s.o.s., per area territoriale). Nel secondo semestre 2018, la Direzione Investigativa Antimafia ha analizzato 50.763 segnalazioni di operazioni sospette, che ha comportato l’esame di 223.245 soggetti segnalati o collegati, di cui 153.644 persone fisiche e 69.601 persone giuridiche, correlate a 237.577 operazioni finanziarie sospette.

S.O.S. attinenti alla criminalità organizzata



Tale analisi ha consentito di selezionare 5.700 segnalazioni di interesse della DIA di cui 1.099 di diretta attinenza alla criminalità mafiosa e 4.601 riferibili a fattispecie definibili reati spia/sentinella.

Analisi S.O.S per segnalanti



L’analisi condotta su tali segnalazioni ha confermato che la maggior parte delle stesse è stata effettuata da banche ed enti creditizi (68,05%) mentre ancora poco significativo risulta essere il contributo dei professionisti (4,67%) per la quasi totalità notai (96,24%), commercialisti (2,63%) e avvocati (1,13%).

Analisi S.O.S per operazioni finanziarie



Le operazioni finanziarie (47.582) riconducibili alle s.o.s. analizzate sono per la maggior parte riferibili a operazioni di trasferimento fondi (30,99%) e per una percentuale altrettanto significativa riferibile a bonifici (29,50%).

Analisi per area geografica



Organizzazioni criminali straniere

Passando alla criminalità straniera, questa manifesta la sua operatività attraverso molteplici attività illecite, evidenziando modalità d’azione che, pur incidendo sul senso di sicurezza percepita dalla cittadinanza, non sono necessariamente riconducibili a contesti criminali organizzati. Appaiono, tuttavia, consistenti i dati concernenti l’associazionismo criminale ove le interconnessioni rilevate riguardano soggetti della stessa nazionalità ma anche di origine diversa, tra i quali non mancano gli italiani. I sodalizi più stabili e strutturati risultano attivi in traffici particolarmente redditizi, come quello degli stupefacenti, l’immigrazione clandestina, lo sfruttamento della prostituzione ed i delitti contro il patrimonio.

Ad eccezione di sporadici casi di conflittualità, parrebbero sussistere forme di “non belligeranza”, secondo cui ogni aggregazione criminale straniera, procedendo secondo un autonomo percorso criminale, si insedierebbe in definiti contesti territoriali.  Il traffico degli stupefacenti è il comparto illecito cui le consorterie straniere rivolgono maggiormente i loro interessi, sia per la facilità dell’approvvigionamento delle sostanze, sia per gli elevati introiti che ne derivano. Proprio l’interesse nella gestione del mercato degli stupefacenti, ed in particolare nello spaccio, ha fatto registrare, negli ultimi tempi, alcune criticità tra gruppi nordafricani, in particolare nell’area compresa tra le province di Milano, Varese e Como, ove soggetti di nazionalità marocchina, già segnalati per reati inerenti gli stupefacenti, sono stati vittime di omicidi.

Un interessante spunto per l’analisi del fenomeno si ricava anche dalla lettura dei dati concernenti le rimesse di denaro verso l’estero, nelle quali oltre alla quota, preponderante, di natura lecita, devono verosimilmente essere compresi i proventi delle attività illegali. Al termine del 1° semestre 2018, ultimo dato disponibile, nel complessivo dato nazionale, la Lombardia, in linea con i dati delle annualità precedenti, ne vanta il primato rispetto alle altre regioni italiane. Peraltro, dal 1° semestre 2017 al 1° semestre 2018 si sono registrate due determinanti variazioni: le rimesse verso la Nigeria sono aumentate del 164% mentre quelle per la Cina, di contro, consolidando il trend degli ultimi periodi, sono ulteriormente diminuite del 92%.

I cinesi, in particolare, hanno ridotto drasticamente le transazioni “tracciate”: dai 186 milioni di euro del 2013 si è passati, nel 2017, a 21 milioni di euro e, nel 2018, a soli 13 milioni di euro. Le ragioni sono molteplici e possono essere collegate ai mutamenti sociali – per le nuove generazioni si ridurrebbero i legami con i luoghi di origine - e all’attuazione di nuove tecniche di trasferimento di valuta: non più attraverso i tradizionali sistemi di rimessa diretta, ma con l’occultamento del denaro contante e/o tramite complesse operazioni finanziarie che coinvolgerebbero istituti bancari e professionisti di settore.

La criminalità balcanica trova espressione, quasi esclusivamente, nella criminalità albanese, dedita al traffico di stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione e a delitti contro il patrimonio commessi sovente con modalità particolarmente efferate. Emblematica, in proposito, è l’attività conclusa nel mese di settembre dalla Squadra Mobile di Milano, che ha fatto luce su un’organizzazione criminale, composta da venti cittadini albanesi e da altri soggetti di diverse nazionalità, dediti, nelle zone di Como e Monza, allo sfruttamento della prostituzione e al traffico di stupefacenti. Il successivo mese di ottobre, i Carabinieri di Breno (BS) e Clusone (BG) hanno condotto un’operazione che ha consentito di individuare una raffineria di droga all’interno di un’abitazione di Osio Sotto (BG), sequestrando più di 12 kg. di eroina e procedendo all’arresto di 9 soggetti di nazionalità italiana ed albanese.

In collegamento con gli episodi citati si evidenzia, altresì, il sequestro, avvenuto a Calusco d’Adda (BG), di un deposito di kg. 50 di marijuana, con l’arresto di un cittadino albanese. Sempre nel mese di ottobre, i Carabinieri di Monza hanno eseguito un provvedimento restrittivo nei confronti di sei cittadini albanesi, un romeno e un italiano, attivi nel traffico e nello spaccio di stupefacenti nella zona di Legnano e, nell’area metropolitana di Milano, all’interno del c.d. “boschetto della droga”, nel quartiere periferico di Rogoredo. L’attività investigativa ha preso le mosse dal duplice omicidio di due cittadini albanesi, avvenuto a Canegrate (MI), nel 2016, originato da contrasti tra bande rivali.

A novembre, nell’ambito dell’operazione “Boca”, la Guardia di Finanza di Brescia ha tratto in arresto 56 persone (di cui 15 nel bresciano), componenti di 3 organizzazioni criminali albanesi attive nel traffico di sostanze stupefacenti. La droga transitava ad Anversa (B), Amsterdam (NL) e Francoforte (D) per poi arrivare nelle province di Brescia e Bergamo. Alcuni centri di stoccaggio della cocaina, collegati ad un gruppo attivo in Belgio, sono stati individuati a Brescia, Cazzago San Martino (BS) e a Romano di Lombardia (BG), ove sono stati sequestrati, complessivamente, circa kg. 130 di stupefacenti.

Infine, nel mese di dicembre, nell’ambito dell’operazione “Braveheart”, la Polizia di Stato di Milano ha eseguito un provvedimento restrittivo nei confronti di 11 soggetti (di cui 9 albanesi e 2 italiani) appartenenti a 2 distinti gruppi criminali: uno con base nel quartiere milanese di Turro e il secondo attivo tra Bresso (MI) e Cusano Milanino (MI), entrambi finalizzati all’importazione di ingenti quantitativi di cocaina direttamente dall’Olanda, prevalentemente a bordo di autovetture munite di doppifondi.

I settori criminali maggiormente sfruttati dalle consorterie di origine africana sono il traffico e lo spaccio di stupefacenti (in cui prevalgono i gruppi maghrebini) e la prostituzione. Tuttavia, alcuni episodi delittuosi registrati nel corso del 2018 sono risultati sintomatici di criticità interne alle bande maghrebine interessate al controllo di talune zone “dedicate” alla vendita al dettaglio: si segnalano almeno 4, tra omicidi e tentati omicidi di cittadini marocchini, avvenuti tra le province di Milano, Varese e Como, ascrivibili a tali problematiche.

L’immigrazione clandestina africana rappresenta il primo tassello di un più vasto mosaico delittuoso, che si completa con lo sfruttamento dei migranti e, in particolare, per le donne nigeriane, con lo sfruttamento della prostituzione, applicato attraverso un modello collaudato - ampiamente descritto nel focus dedicato alla criminalità nigeriana - che garantisce agli sfruttatori un consistente flusso di denaro. Anche il comparto degli stupefacenti è uno di quelli dove trova ampio spazio la manovalanza clandestina nigeriana. La consistenza dei rendimenti derivanti dalle attività di questi gruppi criminali si può desumere anche dagli indicatori delle rimesse di denaro verso l’estero, come emerge dai sopra citati dati della Banca d’Italia. Tali indicatori, ovviamente, non comprendono le somme di denaro che vengono trasferite attraverso metodi alternativi non ufficiali, che si ritiene possano essere consistenti.

Per quanto riguarda la criminalità asiatica, quella di origine cinese si manifesta nelle attività connesse all’immigrazione clandestina, al traffico ed allo spaccio di metamfetamine, nonché allo sfruttamento della prostituzione. La città di Milano risulta baricentro delle attività economiche legali ed illegali poste in essere dalla comunità cinese che, dall’area della tradizionale China Town, si stanno sviluppando anche nella zona nord-ovest del capoluogo lombardo, compresa tra viale Jenner, piazza Dergano e il quartiere di Affori.

Mentre lo spaccio degli stupefacenti (di shaboo, in particolare) viene praticato da pregiudicati, ma anche da giovani di minore età, secondo consuete modalità operative, il fenomeno della prostituzione cinese mostra dei segnali evolutivi, con confini territoriali e culturali ampliati. Il meretricio sembra, infatti, non essere più circoscritto solo in casa o all’interno di “centri massaggi” a favore di una clientela principalmente cinese, ma si estende ad un mercato più vasto, secondo nuovi modelli operativi basati sull’interazione tra prostitute e intermediari. Le prime, infatti, esercitano l’attività senza particolari vincoli e senza subire vessazioni o violenze; i secondi (senza rivestire la figura di violenti sfruttatori) ricevono una percentuale sull’importo della prestazione per il solo impegno profuso nella ricerca di potenziali clienti attraverso le piattaforme social o all’interno dei locali di intrattenimento.

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