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Martedì, 10 Luglio 2018 13:36
Stop alla libertà vigilata

"È un delinquente abituale": il giudice condanna Rocco Papalia a due anni di “casa lavoro” In evidenza

È la decisione adottata dal tribunale di sorveglianza di Milano a carico del vecchio boss della ‘ndrangheta residente a Buccinasco su cui continuano a piovere guai

Per Rocco Papalia  non basta il regime della libertà vigilata che gli è stato inflitta quando è uscito dal carcere Per Rocco Papalia non basta il regime della libertà vigilata che gli è stato inflitta quando è uscito dal carcere

Aver guidato l’auto senza patente, non firmato i registri delle presenze e insultato i giornalisti, sono costati cari a Rocco Papalia: una condanna a due anni da trascorrere in una casa lavoro. È la decisione adottata dal giudice del tribunale di sorveglianza di Milano, Ilaria Maupoli, a carico del vecchio boss della ‘ndrangheta, residente a Buccinasco, su cui continuano a piovere guai. Questa mattina, i militari della locale stazione dei carabinieri lo hanno prelevato da casa sua e stanno ultimando i preparativi per trasferirlo nella destinazione cui è stato assegnato.

Bar chiuso

È di ieri la notizia che il prefetto di Milano, Lamorgese, ha imposto la chiusura del bar Pancafè di via Lodovico il Moro 159, all’altezza del Naviglio Pavese, di proprietà della moglie, in cui lavorava anche la figlia Serafina Papalia, sposata con Salvatore Barbaro, altro presunto esponente del clan Barbaro-Papalia. Oggi è arrivata la nuova sentenza.

Stop alla libertà vigilata

Sono state così accolte le richieste del pm Adriana Blasco che aveva chiesto di applicare nei confronti di Papalia la misura di sicurezza detentiva della "casa di lavoro", assimilabile al carcere, perchè, in sostanza, per lui non basta il regime della libertà vigilata che gli è stato inflitto quando è uscito dalla cella dove ha trascorso gli ultimi 26 anni per un omicidio commesso negli Anni '80. Considerato uno dei più importanti capi della ‘ndrangheta al nord e scarcerato poco più di un anno fa, Papalia che era in regime di libertà vigilata, è stato anche dichiarato “delinquente abituale”.

Guida senza patente

Difeso dai legali Ambra Giovene e Annarita Franchi, Papalia, nell'udienza a porte chiuse tenuta lo scorso 5 luglio, si era difeso dichiarando che il  25 aprile non si era presentato  alle forze dell'ordine per firmare, "perche' pensavo fosse domenica quel giorno e la domenica non devo firmare". Quando, invece, venne trovato alla guida con la patente revocata, "ho fatto solo due chilometri - aveva raccontato - per andare in farmacia perchè stavo male ed ero solo in casa". Sulle frasi rivolte ai cronisti, infine, i difensori avevano fatto notare che nel fascicolo non erano contestate minacce. Di parere opposto il pm che aveva chiesto di integrare gli atti anche con file audio e video.  Il giudice di sorveglianza ha dato ragione a quest’ultima.

L'appello

I legali della difesa non demordono e annunciano: "Faremo appello perché a nostro avviso mancano i requisiti per applicare misura di sicurezza detentiva della casa di lavoro".  L'avvocato Annarita Franchi che con la collega Ambra Giovene assiste Papalia, ha ricevuto la notizia della decisione dei giudici dalla figlia. Ha spiegato anche che "la sua famiglia è affranta per una situazione che è nata dopo che lui ha espiato la pena". Riguardo invece alla chiusura del bar della moglie di Papalia disposta nei giorni scorsi dalla Prefettura come misura interdittiva antimafia, il legale non ha escluso un ricorso al Tar della Lombardia.

Nessun pentimento

Secondo il giudice del tribunale di sorveglianza, invece, Papalia non avrebbe preso nessuna distanza dagli affiliati del suo clan, non avrebbe mostrato segni di pentimento e pietà per le vittime: in poche parole, è ancora pericoloso. Anche dopo la scarcerazione a pena espiata, per Ilaria Mauopil, magistrato che ha deciso il suo invio in una casa lavoro, Rocco Papalia "non ha saputo dimostrare una presa di distanza dall'ambiente deviato" in cui sono maturati i suoi delitti, è stato "lontano dal rinnegare i legami con gli affiliati alla consorteria mafiosa di appartenenza" e, "lungi dall'esprimere sia un pur minimo segno di pentimento o di pietà per le vittime, si è limitato a riconoscere parzialmente le proprie responsabilità tentando di minimizzare il suo ruolo", nei sequestri di persona per cui è stato condannato o nell'omicidio che ha negato. Per questo motivo, il magistrato di sorveglianza ha accolto la richiesta del pm Adriana Blasco di dichiararlo "delinquente abituale" e di predisporre “la misura di sicurezza detentiva della casa lavoro per due anni”.

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