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Martedì, 12 Settembre 2017 12:32
L'intervista

Testori: tutta la verità sulla scomparsa del Trezzano calcio

Lo scorso giugno c’è stata la fusione con il Gaggiano e sui campi di via Don Casaleggi, sulle sponde del Naviglio, è calato il silenzio sulla società calcistica più antica della zona

Nella foto Oreste Testori, sino a pochi mesi fa presidente del Trezzano Calcio Nella foto Oreste Testori, sino a pochi mesi fa presidente del Trezzano Calcio

Da cinquant’anni fa il dirigente di società di calcio. Prima come consigliere, poi come presidente. Prima ancora, era un adolescente, è stato accostato al Milan di Zagatti, ma suo padre, che aveva bisogno di braccia per la sua azienda agricola, si è rifiutato di concedergli il benestare. Ha trascorso tutta la sua vita a correre dietro a un pallone e ancora adesso non disdegna di calzare gli scarpini e a scendere in campo.

Emozioni forti

Beh, se c’è qualcuno che a Trezzano può essere identificato con il calcio, questo è Oreste Testori, sino a pochi mesi fa presidente del Trezzano, la più antica società calcistica del paese. Quella con più tradizioni, quella nella quale sono cresciuti centinaia di giovani, quella che ha regalato agli appassionati le emozioni più forti. Dalle giovanili sino ai campionati di serie D, disputati da protagonista.

Calato il silenzio

Una società che oggi non c’è più. Lo scorso giugno, infatti, c’è stata la fusione con il Gaggiano e sui campi di via Don Casaleggi è calato il silenzio. Le cause? Economiche principalmente. E poi stanchezza, il venir meno di alcune promesse, l’abbandono di supporter storici, l’indifferenza delle istituzioni pubbliche e private.

Testori racconta a pocketnews.it le ragioni dell’abbandono. Si vede e si sente che è amareggiato, che avrebbe preferito lasciare un altro ricordo del suo impegno nel mondo del calcio, ma non è detto che non organizzi un clamoroso rientro. La passione, infatti, non è affatto morta.

Perché il Trezzano calcio ha chiuso i battenti?
“Nella vita c’è un inizio e una fine. Era arrivato il momento che mi facessi da parte dopo aver constatato l’impossibilità, per una serie di circostanze negative, che non era più possibile continuare, almeno con la formula degli ultimi anni”.

Quali sono state le circostante negative?
“In  particolare l’abbandono per motivi personali del vicepresidente Costantino Sessa. Se avesse continuato lui, forse anch’io avrei fatto uno sforzo e non avrei lasciato. Il conto economico della stagione 2017/2018 prevedeva una spesa insostenibile per entrambi senza il supporto delle forze produttive del paese. Se avessimo iniziato il campionato, avremmo corso il rischio di non concludere la stagione. Allora sarebbe stato peggio”.

Che cosa sarebbe servito?
“Entrate più certe, nuovi sponsor, maggiore attenzione da parte delle istituzioni”.

Che ruolo hanno avuto queste ultime?
“Mai state presenti. Avrebbero dovuto incentivare il nostro lavoro, che non dimentichiamo ha svolto per anni una importante funzione sociale. Invece non hanno mai dato un contributo concreto alla nostra attività. A parole erano sempre disponibili, nei fatti il loro supporto è stato uguale a zero. Lo stesso si è verificato con alcuni sponsor: a parole erano pronti a investire, quando si doveva concludere, c’era sempre qualche intoppo.”

Non potevate organizzare qualche manifestazione? Scendere in piazza con tutti i 250 bambini che frequentavano il campo di via Don Casaleggi per scuotere l’opinione pubblica e, magari, attirare l’attenzione di grandi aziende che sul territorio non mancano?
“Avevamo pensato di organizzare qualcosa di simile, ma nel direttivo non tutti erano d’accordo sui risultati che quel tipo di manifestazione poteva produrre. Per questo motivo, abbiamo preferito cercare una soluzione più condivisa”.

Quando è stata decisa la cessione del titolo?
“Quando ci siamo resi conto, io e Sessa, che eravamo rimasti da soli, che nessuno ci avrebbe aiutati. Allora abbiamo esaminato una serie di soluzioni che dessero un senso etico al nostro impegno. Il fardello era diventato troppo pesante e avrebbe condizionato tutti noi. Se non avessimo concluso la stagione, Trezzano avrebbe subìto un danno di immagine ancora più grave. Non volevano in alcun modo che qualcuno ledesse la nostra dignità e quella della città in cui da sempre viviamo e lavoriamo”.

Come è nata la soluzione Gaggiano?
“Sessa conosceva il presidente Davenia. E poi, la distanza da Trezzano non è enorme, solo tre chilometri, e questo avrebbe permesso ai nostri ragazzi di continuare a svolgere l’attività sportiva che più amano. Per questo motivo l’abbiamo preferita rispetto a soluzioni offerte da città molto più lontane.”

Tutti i ragazzi hanno trovato una collocazione? Che fine hanno fatto i protagonisti della salvezza conquistata sul campo lo scorso campionato?
“La maggioranza è a Gaggiano, gli altri hanno trovato ospitalità nelle società dei comuni limitrofi”.

Dove gioca il capitano dell’ultimo Trezzano, Filadelfia, che era stato premiato per aver indossato la maglia della società in 150 partite, un  record che non sarà mai più battuto?
“Insieme a Dolce è stato tesserato dall’Accademia Pavese. È stata una scelta personale per entrambi”.

Adesso Trezzano non ha più una società di calcio agonistica: dove finiranno tutti i trofei che la società ha conquistato in più di sessant’anni di storia?
“In via Don Casaleggi ci sono migliaia di coppe, divise, attrezzature, dati storici. Sono impegnato in prima persona a trovare uno spazio che li possa accogliere”.

Cosa rimane dopo questa esperienza?
“Io mi sono sempre impegnato con amore e passione nello sport. Questa mia dedizione non è mai stata riconosciuta. Anche questa volta, però, avrei continuato, ma nessuno e sottolineo nessuno, ha  voluto darci davvero una mano. Adesso sono amareggiato, ma non è detto che passata la tempesta, quando tutto si sarà calmato, non possa ritornare. Al momento, non è una promessa, solo un vago desiderio".

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